Gli USA e il Fascismo
Come la finanza statunitense legittimò Mussolini.
Il periodo tra le due guerre mondiali, lungi dall'essere un'era di monolitico isolazionismo americano, rappresenta una fase storica cruciale e complessa in cui gli Stati Uniti gettarono le fondamenta della loro futura egemonia globale.
Questa ascesa non si manifestò attraverso la diplomazia tradizionale o l'intervento militare, ma per mezzo di un potere più sottile e pervasivo: quello della finanza privata.
Le grandi banche d'investimento di Wall Street, agendo come surrogati di una politica estera ufficiale ancora riluttante, perseguirono una strategia di stabilizzazione del continente europeo che rispondeva a una necessità strutturale dell'economia americana.
La nostra analisi utilizzerà il testo “Gli Stati Uniti e il fascismo: alle origini dell'egemonia americana in Italia” dello storico Gian Giacomo Migone che si concentra sull'intreccio inestricabile tra questa ascesa economica, la ricerca ossessiva di stabilità in un'Europa ancora scossa dal conflitto e dalla minaccia rivoluzionaria, e i rapporti complessi, pragmatici e sorprendentemente solidi che si instaurarono con l'emergente regime fascista in Italia.
Le Fondamenta dell’Egemonia: L’America del Primo Dopoguerra
La Prima Guerra Mondiale agì da catalizzatore per una trasformazione economica di portata storica, alterando irrevocabilmente gli equilibri di potere globali. In pochi anni, gli Stati Uniti completarono la transizione da nazione debitrice a principale creditore del mondo, un passaggio strategico che non solo ridefinì la loro posizione sulla scena internazionale, ma rese la loro proiezione economica all’estero una componente essenziale della loro stessa stabilità.
Questa metamorfosi infuse nell’establishment americano una mentalità del tutto nuova: come descrisse l’economista Herbert Feis, il paese fu pervaso da “un eccitante senso di grandezza” e da una “fiducia germogliante” nella propria capacità di “rimettere in moto il mondo”, un misto di idealismo, interesse personale e uno zelo quasi missionario nel voler rimodellare l’Europa a propria immagine economica.
Questa trasformazione fu tanto rapida quanto profonda.
Il Prodotto Nazionale Lordo americano, che nel 1914 ammontava a 33 miliardi di dollari, balzò a 72 miliardi nel 1920, un raddoppio che testimonia l’incredibile spinta impressa dalla produzione bellica. Al contempo, le riserve auree americane crebbero fino a raggiungere, nel 1925, un valore di 4,5 miliardi di dollari, quasi la metà del totale mondiale.
Il dato più significativo, tuttavia, fu il rovesciamento della bilancia finanziaria: alla fine del 1919, gli Stati Uniti vantavano una posizione creditoria netta verso il resto del mondo di 12,562 miliardi di dollari. Questa colossale accumulazione di capitale, unita a un sistema produttivo razionalizzato e proiettato verso l’esportazione, rese l’espansione sui mercati esteri, e in particolare su quelli europei in fase di ricostruzione, non più una semplice scelta, ma una necessità strutturale per sostenere la crescita ed evitare crisi di sovrapproduzione.
Tale proiezione esterna, tuttavia, richiedeva un prerequisito fondamentale: un solido e incrollabile ordine sociale interno, condizione indispensabile per permettere alla finanza e all'industria di proiettare la propria forza oltre i confini nazionali.
Il nesso causale tra la repressione interna e la proiezione esterna è evidente.
La "Red Scare" del 1919-1920, alimentata dalla paura della rivoluzione bolscevica e da una serie di scioperi e tensioni sociali, fornì al governo federale e alle grandi corporation l'occasione per un attacco frontale alle componenti più combattive del movimento operaio.
Organizzazioni come gli Industrial Workers of the World (IWW) e il Partito Socialista vennero decimate, i loro leader imprigionati e il loro raggio d'azione drasticamente ridotto.
Questa sconfitta storica della classe operaia americana, ottenuta attraverso una combinazione di repressione poliziesca, cooptazione e un'abile politica di integrazione subordinata, creò un ambiente interno favorevole agli affari, caratterizzato da "pace sociale" e da un aumento della produttività.
Assicurata così la pace sociale in patria con la forza e la cooptazione, l'establishment americano possedeva ora sia il capitale che il modello di "normalizzazione" — un paradigma di ordine e disciplina che era determinato a esportare in un'Europa volatile.
Di fronte a un’opinione pubblica e a un Congresso dominati da un’ideologia isolazionista, la politica estera americana per l’Europa fu di fatto delegata agli interessi finanziari privati, che riempirono il vuoto lasciato dalla diplomazia ufficiale. Le grandi banche d’investimento, come la House of Morgan, e istituzioni semi-pubbliche come la Federal Reserve Bank of New York, guidata da Benjamin Strong, divennero i veri architetti della strategia statunitense, perseguendo una politica estera basata non su alleanze formali, ma sulla ricerca pragmatica della stabilità economica e monetaria.
Questa strategia ruotava attorno a due pilastri fondamentali.
Il primo era la ricostruzione dell’economia tedesca, considerata il perno indispensabile per la ripresa dell’intero continente. Piani come il Piano Dawes (1924) e il Piano Young, orchestrati dalla finanza americana, mirarono a razionalizzare le riparazioni di guerra e a iniettare capitali in Germania per riavviarne il motore industriale.
Il secondo pilastro, strettamente connesso al primo, era la stabilizzazione monetaria generalizzata attraverso il ritorno al gold standard. Questo non era una semplice scelta politica, ma il dogma centrale, quasi religioso, dell’establishment finanziario americano. Secondo il “pensiero dogmatico prevalente all’epoca”, per uomini come Strong, un sistema di cambi fissi basato sull’oro era il prerequisito non negoziabile per un mondo prevedibile e sicuro, trasformando un meccanismo finanziario in un imperativo geopolitico.
L’obiettivo ultimo era creare un’Europa pacificata e capitalisticamente stabile, un mercato aperto e affidabile per l’espansione del capitale e delle merci americane. È in questo preciso quadro strategico che l’Italia fascista, con la sua promessa di ordine e disciplina, trovò il suo inaspettato ma logico inserimento.
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L’Incontro con il Fascismo: Stabilità a Ogni Costo
La percezione iniziale del fascismo da parte dell’establishment americano fu caratterizzata da un rapido passaggio da una cauta apprensione a un pragmatico apprezzamento, fondato su un unico, decisivo criterio di valutazione: la capacità del nuovo regime di garantire l’ordine.
Le preoccupazioni iniziali, legate al timore di un “nazionalismo spericolato”, come riportava l’ambasciatore Richard Washburn Child, furono rapidamente accantonate non appena divenne chiaro che l’obiettivo primario di Mussolini era la restaurazione dell’autorità dello Stato e la fine del disordine sociale.
La stampa americana di maggior influenza, come il New York Times e il Christian Science Monitor, insieme ai rapporti diplomatici, convergono nel dipingere un quadro in cui Mussolini non veniva visto come un sovvertitore dell’ordine europeo, ma come il restauratore dell’ordine interno italiano.
Egli appariva come l’uomo forte capace di sconfiggere la “minaccia bolscevica” e di porre fine al “caos” che aveva caratterizzato il dopoguerra. La fine della democrazia liberale in Italia venne così giustificata con la sua presunta “decadenza” e incapacità di governare.
A questa valutazione si aggiunse un diffuso doppio standard, venato di condiscendenza: per molti nell’establishment americano e britannico, la sospensione della democrazia non era una tragedia universale, ma una necessità culturale per una nazione, come l’Italia, ritenuta non adatta a forme di governo in stile anglosassone e bisognosa di una “mano ferma”.
L’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti nel giugno 1924 rappresentò il primo, vero banco di prova per la tenuta del regime fascista agli occhi degli osservatori internazionali e, soprattutto, degli interessi politici e finanziari americani. L’evento, per la sua gravità, avrebbe potuto incrinare la fiducia internazionale in Mussolini, ma l’interpretazione che ne diede l’establishment statunitense produsse l’effetto opposto.
Lungi dal ritirare il proprio sostegno, gli ambienti diplomatici e finanziari americani interpretarono la crisi come una conferma della necessità della leadership di Mussolini.
La logica era tanto pragmatica quanto spietata: nonostante la brutalità del delitto, egli venne percepito come l’unica figura in grado di controllare gli “elementi estremisti” del suo stesso movimento e di impedire un ritorno al disordine precedente, considerato un male ben peggiore. L’ambasciatore Henry P. Fletcher e il Segretario di Stato Charles Evans Hughes condivisero la valutazione che Mussolini restava l’unico garante della stabilità necessaria per la cooperazione economica.
La crisi, anziché indebolirlo, finì per rafforzare la posizione internazionale del Duce, presentandolo come un moderatore indispensabile. Il superamento di questa prova politica spianò definitivamente la strada a un’intensificazione dei rapporti economici tra i due paesi, fondati sulla certezza che il regime era solido e affidabile.
La Partnership Economica: Finanza Americana e Stabilizzazione del Regime
La risoluzione della questione dei debiti contratti dall’Italia durante la Prima Guerra Mondiale rappresentava il passaggio fondamentale per integrare pienamente il paese nel nuovo sistema finanziario a guida americana e per sbloccare il flusso di investimenti privati. Questo processo di negoziazione, apparentemente tecnico, si rivelò un’operazione eminentemente politica, orchestrata da attori che agivano al confine tra finanza e diplomazia.
In questo scenario, il ruolo della House of Morgan, e in particolare del suo senior partner Thomas Lamont, fu assolutamente centrale. La banca non si limitò a fornire consulenza finanziaria, ma agì come un vero e proprio attore politico, un potere strategico la cui visione trascendeva la politica nazionale.
Da un lato, mediò con l’amministrazione di Washington per ammorbidirne le posizioni; dall’altro, “istruì” la delegazione italiana, guidata dal Ministro delle Finanze Giuseppe Volpi, sulle logiche della politica americana. Fu un partner di Morgan, Dwight Morrow, a orchestrare una manovra decisiva: per superare la resistenza di Herbert Hoover a un accordo favorevole, gli fece balenare davanti l’influenza che la banca avrebbe potuto esercitare sul voto italo-americano, trasformando la finanza in uno strumento di spietata pressione politica.
L’accordo estremamente favorevole che l’Italia ottenne non fu una concessione casuale, ma una scelta deliberata, mirata a rafforzare il regime di Mussolini, ormai considerato un baluardo indispensabile di stabilità anticomunista. La risoluzione dei debiti divenne così la chiave che aprì le porte a un massiccio afflusso di capitali americani.
La stabilizzazione della lira italiana, la famosa “Quota 90” annunciata nel 1926, non fu una semplice manovra monetaria nazionale, ma il culmine della strategia di integrazione dell’Italia fascista nell’ordine economico-finanziario internazionale voluto dagli Stati Uniti. Fu l’atto che consacrò definitivamente il regime come partner affidabile agli occhi dei mercati globali.
L’operazione fu orchestrata e sostenuta in modo decisivo dalla finanza americana, in particolare da J.P. Morgan & Co. e dalla Federal Reserve Bank di New York guidata da Benjamin Strong, in stretta collaborazione con la Banca d’Inghilterra.
Questo sostegno internazionale fu il “sigillo” che ne garantì l’affidabilità. Il processo rivelò in modo vivido la nuova gerarchia del potere finanziario mondiale: Montagu Norman, il potente governatore della Banca d’Inghilterra, nutriva riserve “troppo liberali” sull’accordo, ma fu personalmente messo da parte da J.P. Morgan Jr., che lo costrinse a piegarsi alla “forza superiore” di New York.
Ancorando la lira all’oro, Mussolini non solo otteneva credibilità sui mercati, ma consolidava anche il proprio potere interno, dimostrando di godere della fiducia del capitalismo internazionale. L’Italia diventava così, ufficialmente, un ambiente sicuro e attraente per gli investimenti americani, un tassello stabile nel mosaico della ricostruzione europea.
Dalla Grande Depressione alla Guerra d’Etiopia
La Grande Depressione, innescata dal crollo di Wall Street del 1929, mise a dura prova l’interdipendenza economica globale costruita con fatica negli anni ‘20 e ridefinì, ancora una volta, le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Italia fascista, spingendole verso un nuovo livello di collaborazione diplomatica.
Di fronte alla crisi sistemica, l’amministrazione del presidente Herbert Hoover e il governo di Mussolini, rappresentato a livello internazionale dal suo abile Ministro degli Esteri Dino Grandi, cercarono di mantenere una linea di cooperazione pragmatica. Grandi, interlocutore privilegiato e filo-americano, si adoperò per allineare l’Italia alle posizioni statunitensi su temi cruciali come il disarmo navale (Conferenza di Londra) e la gestione delle riparazioni tedesche (Conferenza di Losanna). Nonostante le crescenti tensioni economiche, il rapporto tra i due paesi si consolidò a livello diplomatico, con l’Italia che si proponeva come un partner costruttivo e moderato, in linea con gli sforzi americani per preservare un minimo di ordine internazionale di fronte al dilagare della crisi.
L’avvento di Franklin D. Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti inaugurò una fase ancora più complessa nei rapporti con l’Italia fascista, caratterizzata da un miscuglio di pragmatismo politico, calcoli economici e crescenti, seppur ancora latenti, divergenze ideologiche. La prova più significativa di questo approccio fu la gestione della guerra d’Etiopia (1935-36).
Di fronte all’aggressione italiana, l’amministrazione Roosevelt scelse di non imporre un embargo sul petrolio e su altre materie prime essenziali per lo sforzo bellico di Mussolini, limitandosi a delle “sanzioni morali”.
Questa decisione, lungi dall’indicare una simpatia per il fascismo, fu dettata da una fredda analisi della politica interna americana. In un anno elettorale cruciale come il 1936, Roosevelt dovette tenere conto di una formidabile coalizione di interessi: il peso del voto italo-americano, le potenti pressioni delle lobby petrolifere e l’influenza della Chiesa cattolica.
Questo evento segnò al contempo l’apice della collaborazione pragmatica, ma anche l’inizio di una svolta dalle conseguenze tragiche. Fu il primo, grande atto di appeasement da parte delle democrazie, un segnale cruciale che le potenze autoritarie non mancarono di notare. Mentre l’America guardava ai propri interessi interni, Adolf Hitler osservava attentamente, traendo le proprie conclusioni sulla mancanza di volontà collettiva dell’Occidente.
Conclusione: Le Radici di un’Alleanza Anomala
In conclusione, i rapporti tra gli Stati Uniti e l'Italia fascista, almeno fino al 1936, non furono un'aberrazione storica né un'alleanza ideologica, ma la logica conseguenza di una strategia politica ed economica ben precisa.
Essi affondavano le loro radici nell'inarrestabile ascesa egemonica americana del primo dopoguerra, un'egemonia esercitata non tanto attraverso la diplomazia tradizionale quanto attraverso il potere pervasivo della finanza. La priorità assoluta di questo potere era la stabilizzazione capitalista dell'Europa, un obiettivo da perseguire a ogni costo per garantire mercati stabili, sicuri e aperti all'espansione del capitale statunitense.
In questo quadro, il sostegno al regime di Mussolini fu una scelta eminentemente pragmatica, dettata da interessi finanziari concreti e dalla profonda paura del disordine sociale e della minaccia bolscevica. Questa preoccupazione prevalse nettamente su ogni considerazione di natura democratica o ideologica, rivelando una profonda verità sulla natura della politica estera: di fronte a regimi autoritari percepiti come "utili" per il mantenimento dell'ordine economico, i principi della democrazia liberale possono diventare flessibili.
Anche per oggi è tutto.
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Bibliografia
Gian Giacomo Migone, laureato in scienze politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha conseguito un master e il PhD ad Harvard presso il Center for International Affairs. Ha insegnato Storia dell’America del Nord e Storia delle Relazioni Euro-Atlantiche all’Università degli Studi di Torino fino al 2010. È stato anche consulente per la CISL e senatore per il PDS/DS per tre legislature.
Gian Giacomo Migone
Gli Stati Uniti e il fascismo
Alle origini dell’egemonia americana in Italia
Feltrinelli, 1980




Sarebbe interessante approfondire i rapporti fra WallStreet, i capitalisti americani e i bolscevichi e la rivoluzione bolscevica. Stai toccando tutti temi veramente nodali per la storia del '900 perché invitano a rielaborare l'idea stessa di democrazia liberale
Argomenti simili li utilizzò Geminello Alvi nel libro 'Il secolo americano', analizzando anche numerosi dati economici ed evidenziando come l'economia e soprattutto la finanza statunitense non riuscì a sostituire cieche prima di lei aveva fatto la city, pur avendone le facoltà . Cioè proporzionalmente reinvesti' molto meno il suo surplus in investimenti esteri e preferi' ingrossare mercati e consumi interni, una cosa del genere, se non sbaglio. L'autore imputava anche a tale scelta il disastro del '29, annessi e connessi...