Persia rossa
Ascesa e caduta della Repubblica Socialista Sovietica Persiana, 1920-1921
Oggi ospito l’articolo di uno studioso di storia del Medioriente e del Nord Africa che seguo (cosa che dovreste fare anche voi) sia qui che su X, sperando che sia solo il primo di una lunga serie, vista la qualità del suo lavoro.
La Persia è uno dei pochi Paesi extra-europei a poter vantare l’importante primato di non essere mai stata sottoposta ad un regime coloniale da parte delle potenze imperialiste europee. O, almeno, così avvenne a livello formale, dal momento che quello che si definiva Impero Persiano mantenne sempre la propria indipendenza. Ciò non significa, tuttavia, che l’altopiano iranico rimase estraneo a quello che si configurò come il Grande Gioco tra l’Impero russo e quello britannico in Asia centrale.
Al contrario, proprio in virtù della sua posizione strategica tra il Caucaso russo e l’India britannica, la Persia divenne un territorio ambito da entrambi gli Imperi. Mentre Pietroburgo mirava a ottenere uno sbocco sui mari caldi, seguendo una direttrice che l’avrebbe portata a puntare verso il Golfo Persico, Londra considerava l’Iran uno Stato cuscinetto, funzionale alla protezione della “Perla dell’Impero”, l’India britannica, analogamente all’Afghanistan1.
Tali differenze di intenti portarono ad un approccio sostanzialmente diverso da parte delle due potenze europee nei confronti dello Stato persiano, dando origine ad una serie di evoluzioni e capovolgimenti protrattisi per tutto il XIX secolo e difficilmente riassumibili in questa sede. Tuttavia, è possibile soffermarsi su alcuni aspetti essenziali, utili a comprendere come, ad inizio XX secolo, la Persia fosse ormai divenuta una zona di influenza condivisa tra Russia e Regno Unito.
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Fu l’Impero russo ad assumere l’atteggiamento più aggressivo, almeno dal punto di vista militare, nei confronti della Persia. E forse non poteva che essere altrimenti. Lo Stato persiano poté infatti dirsi riunificato solo nel 1796, anno dell’incoronazione di Agha Muhammad Khan, appartenente alla dinastia dei Qajar, al termine di sedici anni di lunghe guerre volte a riconquistare i territori perduti in seguito al crollo della dinastia Safavide nel 1722.
Tale evento risulta importante per almeno tre ragioni: in primo luogo, pose fine alla crisi territoriale, amministrativa ed economica in cui era precipitato l’Impero persiano dall’inizio del XVIII secolo, favorendo quindi l’inizio di un nuovo, lento ma progressivo, tentativo di centralizzazione intorno al nuovo regnante. In secondo luogo, diede effettivamente inizio alla dinastia Qajar, desinata a sopravvivere fino al primo dopoguerra anche grazie ad un nuovo processo di legittimazione del proprio potere, incentrato sulla trasformazione della propria immagine da quella di un’élite tribale a quella di un’élite dinastica-imperiale. Infine, la riunificazione e il rafforzamento del Paese avvenne in un momento in cui l’Impero russo si apprestava a consolidarsi, in via definitiva, come una grande Potenza europea.
Se è vero che già Pietro il Grande e Caterina II, nel corso del XVIII secolo, avevano occupato porzioni di Persia, la Russia si affacciò al XIX secolo come principale entità statale dell’Est Europa, avendo più volte sconfitto, nei decenni precedenti, storiche realtà quali la Svezia, la Confederazione Polacco-Lituana e l’Impero Ottomano. Le profonde riforme militari, economiche, educative ed amministrative poste in atto dallo zarismo illuminato del XVIII secolo posero quindi le basi per la trionfale campagna militare anti-napoleonica di inizio XIX secolo, che assicurò all’Impero russo un ruolo di primo piano negli equilibri europei almeno per tutta la prima metà dell’Ottocento2.
I primi motivi di attrito tra la dinastia Romanov e quella Qajar si palesarono già negli anni immediatamente successivi all’inizio del XIX secolo e ruotarono attorno alla questione del vassallaggio della Georgia, territorio di contesa, al pari dell’intero Caucaso, tra l’espansionismo russo e quello persiano. Forti del consenso di una parte dell’alta società armena e georgiana che, nonostante i massacri di Tbilisi e le deportazioni di cristiani ordinate da Agha Muhammad Khan nel 1795, guardava favorevolmente alla politica decentralizzatrice dell’Impero persiano, il sovrano Qajar si lasciò trascinare, nel 1805, in quella che divenne la prima Guerra russo-persiana: essa si concluse solo nel 1813 col Trattato del Golestan, il quale assegnò all’Impero russo tutto il Caucaso con l’eccezione dei distretti di Yerevan e di Nakhichevan, che rimasero sotto il controllo persiano; in più, però, i Qajar dovettero accettare la costruzione di una flotta russa nel Mar Caspio, clausola che non fece altro che accrescere ulteriormente la pressione militare russa sulla Persia3.
Tuttavia, questo non fu l’ultimo scontro. Poco più di dieci anni dopo ebbe luogo la seconda Guerra russo-persiana. Le cause furono molteplici: una certa dose di patriottismo della casa regnante; le notevoli riforme militari che avevano portato alla creazione del nezam-e jadid (“Nuovo Esercito”) dell’Azerbaijan, ispirato ai modelli occidentali; l’impressione che l’Impero russo stesse attraversando un periodo di instabilità a causa del fallito colpo di Stato dei decabristi; e, soprattutto, l’appello alla jihad di un gruppo di mujtahid in difesa dei cittadini sciiti oppressi dall’occupazione russa del Caucaso. Tutti questi fattori spinsero lo Shah Fath Ali a rinnovare lo sforzo militare contro Pietroburgo.
La disastrosa campagna militare che ne seguì, che non poté neanche contare sulla tanto attesa insurrezione delle popolazioni caucasiche, si concluse con l’umiliante Trattato di Turkmenchay del 1828. Esso sancì non solo il completamento dell’espansionismo russo nel Caucaso, ma impose anche pesantissime indennità di guerra ed obblighi altrettanto umilianti, quali la cessione di opere d’arte o reliquie religiose e scambi di popolazione. Soprattutto, a Turkmenchay l’Impero russo ottenne anche lo status di “Nazione più favorita” in ambito commerciale, aprendo de facto la stagione delle capitolazioni: proprio sul modello russo, l’Impero britannico avrebbe concluso un simile accordo nel 18414.
Ma la penetrazione adoperata dai russi in Persia non fu realizzata solamente manu militari. Oltre alla costituzione di una Brigata cosacca all’interno dell’Esercito iraniano, richiesta esplicitamente dallo Shah Nasir al-Din nel 1879 e che rappresentò un decisivo cambiamento nei rapporti tra Qajar e Romanov lungo la frontiera caucasica5, l’aumento dell’influenza russa si consolidò anche grazie alle attività economiche e commerciali svolte dalle Banche imperiali zariste in Persia. Sebbene godessero di diritti tutto sommato minori rispetto alle controparti britanniche, gli istituti di credito russi riuscirono comunque a costruire una significativa rete di relazioni con alcuni notabili iraniani attraverso la concessione di prestiti a condizioni favorevoli6. Furono però soprattutto le transazioni fondiarie, mediante le quali tanto le Banche quanto i sudditi dell’Impero russo acquistavano estesi appezzamenti di terra nel Nord del Paese, ad aprire maggiormente la Persia all’influenza del mondo russo, in particolare nei territori di confine come l’Azerbaijan e, soprattutto, il Gilan7.
Gilan: una breve introduzione
Posizionato nel Nord del Paese e appartenente alle regioni caspiche dell’Iran, il Gilan presenta una morfologia estremamente varia, caratterizzata da un esteso sistema montuoso, le cui cime superano anche i tremila metri di altitudine, e da una stretta pianura costiera. Tale conformazione favorisce un clima particolarmente piovoso, soprattutto sui rilievi, mentre lungo la fascia costiera affacciata sul Mar Caspio esso assume caratteri più mediterranei. Queste condizioni favoriscono lo sviluppo di fitte foreste decidue ricche di specie endemiche, considerate tra gli ecosistemi forestali più importanti dell'intera area caspica.
La popolazione, composta prevalentemente da Gilaki, a loro volta divisi in diversi gruppi linguistici e culturali, comprende anche delle comunità appartenenti al ceppo curdo, persiano e turco, con la maggioranza di essa che pratica la religione musulmana sciita. L’elevata densità di popolazione rurale, favorita da insediamenti sparsi per il territorio, ha favorito lo sviluppo di un’economia prevalentemente agricola, basata sulla produzione di riso, agrumi, olive e tabacco, oltre che sull’allevamento ovino e bovino. Anche lo sviluppo industriale del territorio è strettamente collegato all’agricoltura, mentre il commercio, favorito dalla posizione di frontiera del Gilan e dall’accesso al Mar Caspio, riveste anch’esso un ruolo non secondario per l’economia della regione8.
Le condizioni climatiche particolarmente favorevoli all’agricoltura portarono allo sviluppo di una società contadina relativamente benestante, soprattutto se confrontata con quella dell’altopiano iranico. Per esempio, l’abbondanza delle precipitazioni diminuiva l’importanza delle reti idriche centralizzate destinate all’irrigazione9, rendendo i contadini più autonomi ed intraprendenti. A dimostrazione di ciò, il Gilan era uno dei pochi territori persiani a non prevedere né la boneh, una specie di cooperativa agricola collettiva, né la rotazione annuale delle terre tra i contadini. Ciò fece della regione una delle aree economicamente più avanzate dell’intero Paese, dal momento che le sue strutture economiche si discostavano dalle forme tipicamente feudali, ancora largamente diffuse nel resto dell’Iran, avvicinandosi invece ad un sistema economico che può essere definito di “capitalismo rurale”, nel quale il surplus proveniente dal mondo agricolo venivano immesso sul mercato interno e transnazionale10.
Questa peculiare caratteristica economica del Gilan, tuttavia, non fu il risultato esclusivo di dinamiche interne, ma anche dell’influenza esercitata da fattori esterni. Come si è già visto, l’influenza russa, sia militare che economica-culturale, si era progressivamente rafforzata per tutto il XIX secolo, favorendo, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, la graduale penetrazione del capitalismo zarista, allora in piena fase espansiva e particolarmente interessato alle risorse del settore agricolo ed ittico della regione. Per esempio, nel 1890 la produzione di olive era controllata dai greci Koussis e Theophilaktos, che godevano della protezione e dei capitali russi, mentre nel 1902 la produzione di iuta e canapa era affidata, sempre sotto regime di monopolio, alla Compagnia Yuzhno-Russkoe, la quale esportava i prodotti in Russia. La penetrazione, tuttavia, era già iniziata negli anni Settanta del XIX secolo, come testimoniato dalla concessione, da parte del Governo Qajar, di un contratto alla compagnia dell’armeno-russo Stephen Martynovich Liazonov, il quale ottenne in tal modo il monopolio del commercio di pesce e caviale sull’intero Mar Caspio meridionale, riuscendo a creare quello che divenne un impero commerciale de facto ereditario11. Pure lo sviluppo di strade commerciali carrabili e delle infrastrutture portuali fu reso possibile, in larga misura, grazie all’afflusso di capitali russi12.
L’assenza di forti rivalità tribali all’interno del mondo rurale del Gilan, una maggior indipendenza del mondo contadino sia rispetto al potere centrale sia nei confronti della tradizionale classe dei grandi proprietari terrieri, unite all’influenza di un’embrionale forma di capitalismo di origine interna ed esterna, portarono alla formazione di quella che si può definire una “classe media contadina”, maggiormente incline alla ribellione nei confronti delle forze accentratrici e conservatrici e pronte a difendere la propria condizione privilegiata13.

Il 1905 nel Caucaso e le sue conseguenze
La sconfitta russa nella guerra contro il Giappone ebbe, come noto, profonde conseguenze all’interno del sistema politico zarista. Tuttavia, i movimenti rivoluzionari sviluppatasi nelle periferie imperiali estesero la propria influenza ben al di là dei confini russi. Le proporzioni del disastro militare russo minarono infatti il prestigio della dinastia Qajar che, avendo ormai superato le tradizionali ostilità nei confronti dei Romanov, aveva affidato, come si è visto, la propria sicurezza alla Brigata Cosacca di stanza a Teheran. Era quindi ovvio che gli avvenimenti del 1905 esercitassero un impatto significativo anche sulla situazione politica interna persiana. Come notava Arthur Henry Hardinge, ambasciatore britannico a Teheran,
Lo spettacolo della caduta della più potente delle autocrazie [la Russia] viene seguito con vivo interesse in Persia, non solo, a mio avviso, per il suo possibile effetto sulle future relazioni tra i due paesi, ma anche per la sensazione che ciò che è accaduto in Russia possa verificarsi anche in Persia, e perché, con il rovesciamento del potere autocratico a San Pietroburgo, la dinastia Qajar perde di fatto il suo più potente sostegno temporaneo contro un attacco dall’interno.14
Effettivamente, l’immagine di un’autocrazia imperiale come quella russa piegata da una giovane potenza asiatica quale il Giappone rafforzò tra gli iraniani la convinzione che fosse possibile limitare il potere dello Shah. Tale prospettiva appariva ancor più concreta alla luce del fatto che Nicola II, impegnato a fronteggiare la rivoluzione scoppiata all’interno dell’Impero, difficilmente sarebbe potuto intervenire in difesa del proprio protetto persiano. A ciò si aggiungeva, infine, una convinzione ormai sempre più diffusa: solo l’adozione di un ordinamento costituzionale, come quello introdotto in Giappone tra il 1889 e il 1890, avrebbe consentito ai deboli Stati asiatici di competere con le grandi potenze imperiali europee15.
Fu tuttavia, ancora una volta, la frontiera transcaucasica a svolgere un ruolo determinante nella diffusione di queste nuove istanze in Persia. Ancor prima della disfatta del 1905, infatti, alcuni importanti centri del Caucaso come Tbilisi, Batumi e soprattutto Baku furono l’epicentro di una serie di proteste e scioperi. Lo sviluppo del capitalismo russo aveva favorito la formazione di un proletariato moderno, sul modello europeo, ma composto dalle più differenti comunità etniche: esso era formato da azeri, armeni, georgiani, turchi, russi, curdi e pure persiani. Oppressi da giornate lavorative lunghissime, paghe basse e irregolari ed inesistenti misure di sicurezza o di welfare, già nel 1903 gli operai paralizzarono i tre importanti centri industriali transcaucasici per mezzo di scioperi generali, ai quali aderirono tutte le nazionalità, sostenute dal Partito socialdemocratico russo. Nel novembre 1904 un nuovo sciopero generale, promosso congiuntamente da bolscevichi, menscevichi e armeni del Partito Hnchak, paralizzò ancora Baku, la città più industrializzata e politicizzata della regione, con l’obiettivo di ottenere dallo zar non solo maggiori libertà politiche e civili, ma soprattutto maggiori diritti economici. Il risultato di questa vasta mobilitazione proletaria fu, infatti, la concessione della cosiddetta “Costituzione del Greggio”, che garantì agli operai, per esempio, aumenti salariali, riduzione dell’orario lavorativo o il pagamento di metà del salario in caso di malattia. Essa rappresentò così il primo grande successo raggiunto dal movimento dei lavoratori all’interno del mondo russo. Quando esplose la rivoluzione del 1905, dunque, la Transcaucasia aveva già conosciuto una significativa stagione di mobilitazione sociale. Sebbene nel corso dell’anno rivoluzionario si verificarono importanti manifestazioni operaie e contadine, il movimento proletario risultava in parte già pacificato grazie alle concessioni ottenute nei mesi precedenti. Ciò non impedì, tuttavia, la nascita a Baku di un Soviet del tutto analogo a quello di San Pietroburgo, ulteriore testimonianza della presenza ormai consolidata, lungo la frontiera persiana, di un proletariato moderno e pienamente inserito nelle dinamiche politiche europee16.
All’eco della sconfitta russa in Estremo Oriente si sommò così l’influenza esercitata dalle esperienze sindacali maturate dagli operai persiani di Baku. Tornando in Iran attraverso il Gilan o l’Azerbaigian persiano, essi portarono con sé nuove forme di organizzazione politica e nuovi strumenti di lotta17. Erano infatti centinaia di migliaia gli iraniani, provenienti soprattutto dall’Azerbaigian orientale, che lavoravano nei campi petroliferi di Baku: esposti alle idee socialdemocratiche e social-rivoluzionarie russe, essi si iniziarono ad organizzare politicamente, favorendo la nascita del Partito Socialdemocratico Iraniano (Ijtima’iyun-e ‘Amiyyun), fondato nel 1904 proprio a Baku grazie al supporto dell’ala bolscevica dei socialdemocratici russi. La diffusione di idee favorevoli alla redistribuzione della terra e alla lotta di classe, veicolata attraverso la creazione di sezioni locali del Partito Socialdemocratico Iraniano a Tabriz, Teheran e Rasht, capitale del Gilan, contribuì in maniera decisiva all’affermazione della politica moderna all’interno dell’Impero Qajar18.
Sebbene questa non sia la sede più opportuna per affrontare nel dettaglio la Rivoluzione costituzionale iraniana, nata dalla convergenza d’interessi tra clero, mercanti e forze rivoluzionarie, è opportuno ricordare come il confronto tra costituzionalisti e sostenitori dello Shah degenerò in una vera e propria guerra civile nel giugno del 1908. In quest’occasione la Brigata Cosacca, guidata dal Generale russo Vladimir Liakhov e sostenuta tanto da Nicola II quanto da Mohammed Ali Shah, che aveva già tentato senza successo di sciogliere il Parlamento nel dicembre 1907, bombardò il Majiles. L’ovvia conseguenza fu lo scioglimento forzato del Parlamento. I rivoluzionari trasferirono così il proprio centro di resistenza a Tabriz, nell’Azerbaigian orientale, trasformandola nella nuova “capitale” del potere anti-Qajar e costituzionale e opponendo resistenza dinanzi alle offensive delle forze lealiste. Per Mohammed Ali Shah si trattava, infatti, di una corsa contro il tempo per sconfiggere gli insorti: il Governo dello Zar era insoddisfatto del suo “dispotismo orientale”, mentre i britannici avevano mantenuto una posizione di sostanziale neutralità nello scontro tra conservatori e riformatori. La “Piccola Tirannia”, da lui instaurata dopo lo scioglimento del Majiles, alienò rapidamente il consenso della popolazione di Teheran, ormai desiderosa di assistere ad un ritorno alla normalità dopo anni di profonde tensioni politiche. Nel frattempo, le forze costituzionaliste organizzarono una vasta controffensiva. Da Nord riuscirono a mantenere il controllo di Tabriz e a liberare Rasht, capoluogo del Gilan, innalzando persino la bandiera rossa nella piazza principale della vicina Enzeli19, grazie al sostegno di volontari russi, georgiani e armeni, reduci della Rivoluzione russa del 1905. Contemporaneamente, nel Sud del Paese l’insurrezione della tribù dei Bakhtiari, a loro volta supportata dai britannici, portò, nel luglio del 1909, alla marcia su Teheran e alla conseguente caduta dello Shah Mohammed Ali, costretto ad abdicare in favore del figlio Ahmad20.
Interregnum: Majiles atto secondo, 1909-1911
Aperto nel novembre del 1909 con ampio supporto popolare, il secondo Majiles si pose come obiettivo prioritario la normalizzazione del Paese. Dopo aver mandato l’ex Shah in esilio, il Governo di Teheran tentò di avviare un programma di riforme interne. Da un lato cercò di negoziare l’evacuazione della quasi totalità delle truppe russe penetrate in Iran durante la guerra civile; dall’altro lato ottenne un prestito superiore a un milione di sterline dalla Imperial Bank of Persia, controllata dai capitali britannici. Parallelamente, vennero invitati a Teheran undici ufficiali svedesi, aventi l’obiettivo di riformare la gendarmeria rurale, e, soprattutto sedici esperti finanziari statunitensi, incaricati di riformare l’amministrazione fiscale. Tra questi figurava Morgan Shuster, presto nominato Tesoriere Generale nel 191121.
Le difficoltà, tuttavia, non tardarono ad emergere. Innanzitutto, il Parlamento si ritrovò presto paralizzato da una profonda contrapposizione politica, dal momento che esso si divise, de facto, in due blocchi. Il primo era quello dei “Moderati” (E’tedaliun), un raggruppamento eterogeneo formato da proprietari terrieri, nazionalisti, leader tribali, giovani rampolli della dinastia Qajar, grandi mercanti, alcuni leader della resistenza di Tabriz, e diversi ulama e mujtahid costituzionalisti. Il secondo era rappresentato dai Socialdemocratici, indicati semplicemente come “Democratici” (Ijtima’iyun-e ‘Amiyyun), i cui componenti erano per la maggior parte intellettuali o militanti politici influenzati o dalle idee liberali provenienti dall’Europa, o dalla militanza socialista coltivata in Russia e nella regione transcaucasica, o dalla recente esperienza dei Giovani Turchi, da poco saliti al potere nel vicino Impero Ottomano. La principale differenza tra i due gruppi riguardava i tempi e le modalità del processo riformatore. Mentre i “Moderati” reclamavano la necessità di riforme lente e graduali, rispettose della realtà sociale, religiosa ed economica del Paese, i “Democratici” puntavano invece a realizzare una serie di riforme radicali, miranti soprattutto alla riforma agraria, all’eliminazione dei privilegi ereditari, all’istruzione pubblica, alla realizzazione di una qualche forma di welfare sociale e all’emancipazione delle donne, che dovevano essere incluse nell’arena pubblica. Nonostante tali divergenze, le due fazioni concordavano sull’urgenza di ristabilire l’ordine nelle province, creare un Esercito che potesse garantire la sicurezza dei confini e avviare un processo di centralizzazione e risanamento delle finanze pubbliche22.
La radicalità delle riforme proposte dai Democratici, unita a quella che Londra e Pietroburgo consideravano un’illegittima penetrazione statunitense attraverso la posizione di Shuster come Tesoriere Generale, favorì una crescente convergenza di interessi politici tra l’Impero britannico e quello russo. Tra 1910 e 1911, infatti, le due forze imperialiste consegnarono tre ultimatum diversi al Governo di Teheran. Il primo fu presentato dal Regno Unito nell’ottobre 1910, con Londra che intimò al Governo di ristabilire l’ordine pubblico nelle province meridionali entro tre mesi, pena l’intervento militare britannico volto a salvaguardare i propri interessi: la minaccia, duramente condannata dalle pubbliche opinioni di Germania, Austria-Ungheria ed Impero Ottomano, fu però rifiutata dal Governo di Teheran, che rivendicò in tal modo la propria sovranità nazionale23. Il secondo ultimatum fu avanzato dall’Impero russo nell’ottobre del 1911, quando il Governo dello Zar, avente l’obiettivo di umiliare e indebolire il regime costituzionale del Majiles, richiese delle scuse formali per alcuni presunti “insulti” perpetrati ai danni del Console Generale russo di stanza a Teheran, oltre che per l’azione coordinata tra il Majiles e Shuster, che avevano deliberato in favore della confisca dei possedimenti fondiari dei principi Salar al-Dowleh e Sho’a’ al-Saltaneh, a capo di una rivolta controrivoluzionaria e, quindi, considerati traditori. Temendo un intervento militare russo, l’allora Ministro degli Esteri iraniano presentò personalmente le scuse richieste presso la Legazione russa di Teheran, ma senza ottenere alcun risultato. La reazione della politica zarista fu, infatti, quella di irrigidire ulteriormente la propria posizione, forte pure del supporto britannico. Il terzo ultimatum russo, presentato così verso la fine del novembre 1911, richiedeva l’immediato licenziamento di Shuster e degli altri consiglieri statunitensi, l’obbligo di non assumere nessun consigliere straniero senza l’approvazione di Russia e Regno Unito e il pagamento di un’indennità per la missione militare russa che, allo scopo di esercitare pressione sul Governo persiano, aveva occupato Tabriz e Rasht, i principali centri dell’Azerbaigian orientale e del Gilan, rendendosi responsabile di gravi massacri contro la popolazione locale. Sebbene la popolazione di Teheran si fosse mobilitata nella sua interezza, senza differenze di classe o di genere, a difesa della sovranità nazionale al grido di “Indipendenza o Morte” e sebbene la maggioranza del Majiles avesse rifiutato di piegarsi all’ultimatum, il timore di una vasta campagna militare su due fronti ad opera dell’Impero britannico e di quello russo, che avrebbe significato la totale occupazione del Paese, spinse il Premier “moderato” Samsam al-Saltaneh e il Capo della Polizia, il rivoluzionario di origine armena Yeprem Khan, già soprannominato il “Garibaldi d’Iran” per il ruolo da lui svolto nella cattura di Rasht e nella marcia su Teheran nel 1909, ad attuare un colpo di Stato il 24 dicembre 1911, quando sbarrarono le porte del Majiles ed impedirono ai deputati di accedervi, per poi accettare le condizioni dell’ultimatum anglo-russo. Con tale atto si sancì la fine dell’esperienza democratica-costituzionale del secondo Majiles24. All’alba del 1912 l’Iran si trovava sostanzialmente occupato dai russi a Nord e dai britannici a Sud, entrambi intervenuti in difesa di quelli che consideravano i propri interessi vitali.

Mirza Kuchik Khan e il movimento Jangali
Il susseguirsi di tali avvenimenti lasciò una profonda traccia presso coloro che si erano mobilitati in difesa delle conquiste rivoluzionarie. In particolare, la chiusura del secondo Majiles e la conseguente accettazione dell’ultimatum anglo-russo furono percepite da molti come un vero e proprio tradimento, oltre che come un trauma collettivo. Tra coloro che erano rimasti maggiormente segnati dalla fine ingloriosa della rivoluzione ci fu Mirza Kuchik Khan, destinato a svolgere un ruolo centrale nella breve esperienza della Repubblica Socialista Sovietica Persiana.
Nato nel 1880 a Rasht, nel Gilan, da una famiglia di mercanti e funzionari amministrativi (o, secondo altre fonti, di piccoli proprietari terrieri), Mirza Kuchik Khan frequentò in giovane età il seminario locale, per poi proseguire gli studi teologici presso la Madrasa Mahmoudiyeh di Teheran. Nella capitale persiana entrò in contatto con il turbolento clima politico di inizio XX secolo e, influenzato anche dalle vicine esperienze rivoluzionarie transcaucasiche che avevano avuto una profonda eco nella sua regione di origine, allo scoppio della guerra civile nel 1908 Mirza Kuchik Khan decise di unirsi alla lotta dei costituzionalisti socialdemocratici. Dopo una rapida ascesa nelle gerarchie militari, divenne uno dei principali comandanti a capo della controffensiva rivoluzionaria del 1909 e, in seguito, fu eletto deputato del secondo Majiles, aderendo tuttavia alla fazione dei Moderati. Pur partecipando attivamente alla lotta costituzionale, Mirza Kuchik Khan continuò a condurre una vita austera e profondamente religiosa, coerente con la propria formazione teologica. Le sue convinzioni politiche erano infatti ispirate soprattutto a un ideale di giustizia sociale fondato sui principi dell’islam, piuttosto che alle concezioni secolari proprie del socialismo europeo25. Egli non nutriva particolari simpatie per il bolscevismo e solo gli eventi del 1911 contribuirono a radicalizzarne progressivamente la posizione politica.
Descritto dai suoi compagni di lotta -e non solo- come una figura “apostolica, silenziosa, degna, patriottica, giusta, timida, leale ed amata dai contadini”26, Mirza Kuchik Khan riuscì ad ottenere presto il soprannome di Sardar (“Comandante”) dell’Islam o di “Shah del Gilan”. Nonostante le difficoltà e le continue paralisi politiche che caratterizzarono la vita politica del secondo Majiles, infatti, Mirza Kuchik Khan rimase un convinto sostenitore dell’ordine costituzionale. Per questo motivo prese nuovamente le armi per difendere la rivoluzione dai tentativi controrivoluzionari portati avanti dai russi e dall’ex Shah deposto, Muhammad Ali, rimanendo ferito nella battaglia di Gomishtappeh nel 1911. Catturato, venne inviato come prigioniero a Baku, dove, durante la convalescenza, entrò in più diretto contatto con il Partito Socialdemocratico russo, di cui condivideva l’obiettivo di una maggiore giustizia sociale, senza però mai aderire al marxismo. Al contrario, tornato clandestinamente a Rasht, Mirza Kuchik Khan si avvicinò agli ideali pan-islamisti, allora sostenuti soprattutto dai Giovani Turchi, aderendo conseguentemente alla Società dell’Unità Islamica, organizzazione propagandistica filo-ottomana avente l’obiettivo di unire tutti i popoli musulmani contro l’imperialismo europeo. Col duplice supporto dei Socialdemocratici di Baku e della galassia panislamista ottomana, Mirza Kuchik Khan fu in grado di organizzare una forza di resistenza dedita alla guerriglia nelle foreste del Gilan, destinata a prendere il nome di Movimento Jangali (da jangal, “foresta”)27.
Attivo nelle aree montuose e boscose del Gilan, il Movimento Jangali entrò pienamente in azione solo con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. In tale contesto, il Console russo di stanza a Rasht divenne, de facto, il governatore della provincia, esercitando il proprio potere in maniera del tutto autonoma e indipendente rispetto al Governo di Teheran. Questa situazione fu vissuta dalla popolazione del Gilan come una profonda umiliazione e contribuì ad alimentare un sentimento di crescente ostilità nei confronti dello zarismo. Rasht, infatti, era diventata la principale sede operativa dell’Esercito imperiale russo in Iran, poiché le forze della Triplice Intesa temevano una possibile spedizione prusso-ottomana volta a conquistare Teheran. Tuttavia, dopo il ritiro russo causato dallo scoppio della Rivoluzione del 1917, fu l’Impero britannico ad avanzare nel Gilan per mezzo della Missione Dunsterforce che, nel corso del 1918, si pose l’obiettivo di raggiungere Baku prima che lo facessero le forze degli Imperi centrali.
Stretto tra quattro fronti contrapposti, il Movimento Jangali rifletteva la visione sociale e politica di Mirza Kuchik Khan, fondata su un intransigente anti-imperialismo nei confronti delle forze russe e britanniche, su un nazionalismo costituzionale volto a ripristinare la vita democratica e la sovranità nazionale del Paese, e su un riformismo sociale che ponesse come priorità la difesa dei più poveri. Tale progetto, tuttavia, non confluì mai nel marxismo, rimanendo invece ancorato ai valori e ai principi della legge islamica. In tal modo Kuchik Khan, che dal 1915 in avanti portò avanti azioni di guerriglia contro le forze russe e britanniche sfruttando la morfologia del territorio a proprio vantaggio, riuscì a creare un esercito estremamente eterogeneo. Esso, infatti, comprendeva intellettuali borghesi, artigiani, esponenti dei bazaar, piccoli proprietari terrieri, giornalisti e, soprattutto, contadini, che costituivano la più grande base di supporto e di consenso del Movimento Jangali. La leadership di Kuchik Khan si dimostrò infatti particolarmente attenta a garantire la giustizia nelle campagne, evitando al contempo di alienarsi il sostegno delle masse rurali del Gilan. Non sorprende, pertanto, che il suo ruolo sia stato definito come quello di un “legame fondamentale tra il nazionalismo romantico di impronta socialista e le nuove interpretazioni dell’Islam come forza antimperialista”28.
Fino al 1917, tuttavia, il Movimento Jangali conseguì risultati piuttosto limitati. Se da un lato riuscì a sottrarsi alla repressione delle truppe zariste stanziate nel Gilan, dall’altro ottenne ben pochi successi militari contro gli occupanti, che sembravano aver ormai ricondotto l’insurrezione sotto controllo. La Rivoluzione di Febbraio del 1917 portò a una nuova intesa tra i Jangali e il nuovo Governo russo, che promise l’evacuazione dopo la fine della guerra. I guerriglieri poterono così iniziare a prendere più largo controllo del Gilan, collocando propri uomini nei ruoli amministrativi più importanti della regione. Fu tuttavia solo con la Rivoluzione bolscevica che i Jangali adottarono misure più radicali, tra cui, per esempio, la temporanea esenzione dei contadini dal pagamento delle tasse e la redistribuzione centralizzata delle risorse idriche a beneficio delle comunità rurali. La politica agraria dei Jangali si rivelò particolarmente efficace, contribuendo ad aumentare la produzione agricola del Gilan in un periodo in cui nel resto dell’Iran imperava la carestia. Allo stesso tempo, però, sia Kuchik Khan sia il giornale del movimento, Jangal, continuarono a non fidarsi dell’Impero russo, che, nonostante le promesse formulate dopo la Rivoluzione di Febbraio, non mostrava alcuna concreta intenzione di voler evacuare dal Gilan29.
La Rivoluzione bolscevica nel 1917 e il crollo, l’anno successivo, dei Giovani Turchi, fino ad allora uno dei principali sostenitori della resistenza Jangali, contribuirono a cambiare la natura del movimento. Mirza Kuchik Khan prese progressivamente le distanze dagli ideali panislamisti di cui si era fatto alfiere fino a quel momento30 e iniziò invece a porre ampia enfasi sulla nuova natura socialista-rivoluzionaria a cui i Jangali iniziarono a fare riferimento, senza però rinunciare alla propria identità musulmana. Questa evoluzione fu favorita anche dall’atteggiamento del nuovo governo bolscevico che, denunciando tutti i trattati stipulati dal regime zarista con l’Impero britannico, compreso quello del 1907, sembrava riconoscere e rispettare la sovranità della Persia. A incidere su tale trasformazione contribuirono, tuttavia, anche gli sviluppi della situazione militare e politica sul terreno.
Il 1919, infatti, rappresentò il vero annus horribilis del Movimento Jangali. Dopo la svolta repubblicana di Mirza Kuchik Khan in seguito alla Rivoluzione bolscevica in Russia, il Governo monarchico di Teheran, supportato dalla Royal Air Force britannica e dagli ufficiali bianchi della Brigata Cosacca, lanciò un’offensiva contro il Movimento Jangali nel marzo 1919. Incapace di opporsi efficacemente all’attacco, mentre alcuni leader del movimento defezionarono o si arresero, Mirza Kuchik Khan si diede nuovamente alla clandestinità sulle montagne del Gilan. Le difficoltà del movimento erano però aggravate anche dalle profonde divisioni interne emerse nel febbraio del 1919. I Jangali si erano infatti divisi tra una corrente “socialista“, guidata dallo stesso Kuchik Khan, orientata su posizioni relativamente moderate e ormai distante dalle precedenti istanze religiose, anche in seguito al presunto tradimento di parte del clero durante la riconquista governativa di Rasht, e una corrente “comunista“, guidata da Ehsanollah Khan, convinta che la sopravvivenza del Movimento dipendesse da una più stretta alleanza con il governo bolscevico31.
Nonostante tali difficoltà, Kuchik Khan rimase persuaso della necessità di proseguire la lotta. Il consenso di cui continuava a godere presso il mondo contadino32 e il diffuso malcontento provocato dall’Accordo Anglo-Persiano del 1919, che di fatto trasformava la Persia in un protettorato britannico, convinsero Mirza Kuchik Khan ad avviare una collaborazione più stretta con i bolscevichi, i quali manifestarono la propria solidarietà nei confronti del Movimento Jangali in una lettera del tardo aprile 1919. Annunciando l’imminente liberazione dell’Est dalle forze imperialiste, la lettera bolscevica si concludeva in tal modo:
Kuchik Khan, tu sei l’unica persona in Iran che si sia ribellata al dominio britannico. Hai dichiarato guerra all’Inghilterra per salvare il tuo Paese dalle mani dei ladri britannici. Tutti i popoli oppressi dell’Iran guardano a te con speranza e attendono da te la soluzione per liberarsi dal giogo straniero. A nome degli operai e dei contadini azeri e russi ti diciamo: Oh, leader degli operai dell’Iran, siamo pronti a correre in tuo aiuto al primo appello della nazione iraniana, per porre fine al dominio britannico. Siamo pronti a tendere le nostre mani in segno di aiuto e fratellanza verso i nostri fratelli iraniani in qualsiasi momento. Come segno della nostra sincerità ti inviamo una medaglia della RSFSR e un revolver e speriamo che le tue abili mani, Kuchik Khan, feriscano il cuore dell’ultimo oppressore in Iran. Dobbiamo rimanere sempre in contatto e aiutarci a vicenda.33
A ciò si deve anche aggiungere un’importante campagna di propaganda promossa dallo Zhizn Natsional’nostei, il giornale del Commissariato del Popolo per gli Affari delle Nazionalità, allora diretto da Stalin, il quale favorì la diffusione dell’immagine di Kuchik Khan come “agitatore socialista”34.
L’intensa attività propagandistica del Governo bolscevico contribuì a mobilitare numerosi volontari comunisti che, varcando le frontiere della Transcaucasia o del Turkestan, si unirono al Movimento Jangali, conferendo nuova linfa vitale al gruppo verso la fine del 1919. Forte del sostegno dei guerriglieri del Gilan e dei bolscevichi infiltrati nella regione, alla fine l’Armata Rossa sbarcò nel porto di Enzeli il 18 maggio 1920, ufficialmente con l’obiettivo di eliminare le residue forze dell’Esercito bianco controrivoluzionario stanziate nei pressi dei confini meridionali del nascente Stato sovietico. Accolta favorevolmente dai seguaci di Kuchik Khan, quest’ultimo concluse un rapido accordo con i bolscevichi, basato sulla nascita di un sistema repubblicano a sovranità popolare e sulla non interferenza sovietica negli affari del nuovo governo rivoluzionario35. La conseguente proclamazione della nascita della Repubblica Socialista Sovietica Persiana, altresì chiamata Repubblica di Gilan, avvenne il 4 giugno 1920, al momento dell’entrata congiunta dei guerriglieri Jangali e dell’Armata Rossa a Rasht. L’appello di Kuchik Khan, consapevole che la lotta non fosse ancora conclusa, fu rivolto direttamente a Lenin:
In nome dell’umanità e dell’uguaglianza di tutte le nazioni, la Repubblica Socialista Sovietica Persiana chiede a voi e a tutti i socialisti appartenenti alla Terza Internazionale di aiutarci a liberare noi e tutte le nazioni deboli e oppresse dal giogo degli oppressori persiani e inglesi… Abbiamo la ferma convinzione che il mondo intero sarà governato dal sistema ideale della Terza Internazionale.36

La breve vita della Repubblica Socialista Sovietica Persiana
Sebbene i vertici bolscevichi fossero pienamente consapevoli della natura essenzialmente nazional-borghese di Mirza Kuchik Khan37, Mosca si dichiarò comunque disposta a sostenerlo per motivi tattici, almeno per il tempo corrente.
La Repubblica Socialista Sovietica Persiana fu modellata sul sistema sovietico. Essa prevedeva l’istituzione di un Consiglio dei Commissari del Popolo, composto da otto membri, e di un Comitato Rivoluzionario tripartito, il Revkom, formato da rappresentanti del Movimento Jangali, del Partito Comunista Iraniano e delle Forze bolsceviche stazionate nel Gilan. La leadership e il ruolo determinante avuto da Mirza Kuchik Khan gli venne riconosciuto con la nomina a Presidente del Consiglio, ma fin dall’inizio dovette condividere il potere con figure molto più radicali di lui, come il già citato Ehsannolah Khan, che occuparono i commissariati chiave della Guerra, delle Finanze e degli Interni38.
Queste profonde differenze ideologiche finirono ben presto per condizionare la vita e l’operato della Repubblica. L’alleanza tra i Jangali di Mirza Kuchik Khan e il Partito Comunista Iraniano, ampiamente sostenuto dall’Unione Sovietica, risultava infatti fragile sin dalle origini, poiché le due forze perseguivano obiettivi politici solo in parte coincidenti. Nel corso del 1920, infatti, i Jangali avevano aderito non tanto al comunismo quanto ad un programma di ispirazione socialdemocratica39. La moderazione di Mirza Kuchik Khan iniziò così a suscitare crescenti perplessità tra i dirigenti sovietici che, se inizialmente avevano favorito la formazione di un governo di coalizione per adattarsi alla situazione concreta del Gilan, compresero progressivamente le potenzialità strategiche offerte dalla Repubblica, anche in vista di una possibile estensione della rivoluzione bolscevica verso Teheran. Le divergenze emersero con chiarezza già nell’estate del 1920. Mirza Kuchik Khan intendeva mantenere una linea politica moderata, orientata alla costruzione di un ampio fronte nazionale contro il nemico britannico. Per questo motivo cercò di preservare gli equilibri esistenti nelle campagne, difendendo il principio della proprietà privata e ricercando il sostegno dei piccoli e medi proprietari terrieri. I comunisti iraniani, al contrario, forti dell’appoggio sovietico, puntavano ad accelerare il processo rivoluzionario attraverso la redistribuzione e la confisca delle terre, l’adozione di politiche antireligiose e la promozione dell’emancipazione femminile. A essi venne inoltre attribuita la responsabilità dell’incendio del bazaar di Rasht nell’agosto del 192040.
L’incompatibilità tra il progetto politico dei Jangali e quello dei comunisti era sempre più evidente anche agli occhi della dirigenza sovietica. Mentre alcuni funzionari minori del Commissariato del Popolo per gli Affari delle Nazionalità continuavano a considerare il movimento di Kuchik Khan uno strumento utile per esportare la rivoluzione non solo a Teheran, ma anche verso Bombay e la Mesopotamia41, dirigenti di primo piano come Lenin e Zinov’ev, tra il luglio e il settembre 1920, iniziarono a interrogarsi sulla reale affidabilità di un movimento nato in ambiente panislamista e ora alleato con una forza rivoluzionaria laica e internazionalista come quella bolscevica42.
La distanza tra le due componenti del governo di coalizione appariva dunque sempre più marcata. Se i Jangali avevano costruito il proprio programma adattandolo alle specifiche condizioni sociali ed economiche del Gilan, i comunisti miravano invece a trasformare la società locale secondo i principi della rivoluzione bolscevica. La rottura divenne così inevitabile e si consumò nel luglio del 1920, quando i comunisti iraniani, forti dell’appoggio sovietico, riuscirono a estromettere Mirza Kuchik Khan dal governo di Rasht. Il colpo di Stato, attuato di fatto il 10 luglio ma ufficializzato soltanto alla fine del mese, costrinse il leader dei Jangali a rifugiarsi ancora una volta tra le montagne del Gilan. Da lì egli denunciò il nuovo governo guidato da Ehsanollah Khan, definendone i membri semplici “mercenari caucasici”, pur continuando a mantenere un atteggiamento relativamente prudente nei confronti dell’Unione Sovietica, nella consapevolezza che il sostegno di Mosca fosse indispensabile per la sopravvivenza del proprio movimento. In questa scelta emerge una certa ingenuità politica di Mirza Kuchik Khan: se i bolscevichi avevano già dimostrato in Russia la propria intransigenza nei confronti di menscevichi, socialdemocratici e anarchici, difficilmente avrebbero potuto mostrarsi più accomodanti verso una forza moderata come il Movimento Jangali43.
Il nuovo Governo a trazione comunista tentò di realizzare un programma più in linea con l’esempio bolscevico: invocò l’abolizione dei rapporti fondiari di natura “feudale”, tassò severamente i ricchi, confiscò i beni dei grandi proprietari terrieri e lottò per l’emancipazione femminile. La redistribuzione delle terre rimase solo sulla carta, mentre venne imposta la legge marziale. La confisca di piccole proprietà di molti abitanti di Rasht provocò, però, ampio malumore nella popolazione, togliendo consenso ai comunisti iraniani e accelerando in tal modo la fine della Repubblica. A ciò, infatti, si dovette aggiungere l’importante campagna anti-comunista degli ulama locali, che accusavano il nuovo Governo di essere impegnato in una campagna anti-islamica. L’insieme di questi fattori provocò, verso la fine dell’estate del 1920, un massiccio esodo della popolazione verso i territori esterni ai confini della Repubblica Socialista Sovietica Persiana44.
Solo dopo il Congresso dei Popoli dell’Oriente, tenutosi a Baku nel settembre 1920, i sovietici adottarono una politica più moderata nel Gilan. Ciò emerge chiaramente anche dalle nuove trattative avviate tra Mirza Kuchik Khan e i comunisti iraniani, ormai consapevoli della necessità di reintegrare i Jangali per recuperare il consenso perduto. Mentre gli uomini di Ehsanollah Khan proponevano un programma comune fondato sull’espulsione delle truppe straniere, sul rovesciamento della dinastia Qajar e sul miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, Mirza Kuchik Khan chiedeva una profonda revisione del programma rivoluzionario della Repubblica, ritenendo che esso, elaborato sotto l’influenza sovietica, non rispondesse alle reali esigenze della società iraniana. Il tempo, tuttavia, stava per scadere45. Il colpo di Stato guidato dal Colonello della Brigata Cosacca Reza Khan il 21 febbraio 1921 e il successivo Accordo di Amicizia Irano-Sovietico del 26 febbraio 1921 isolarono completamente la Repubblica Socialista Sovietica Persiana.
Nonostante ciò, le trattative tra Jangali e comunisti produssero comunque un temporaneo compromesso, raggiunto, grazie alla mediazione del comunista Haydar Khan, veterano della Rivoluzione costituzionale e della guerra civile del 1908-1909, l’8 maggio 1921. In cambio di un’azione comune contro i piani imperialisti britannici e contro il governo centrale di Teheran, i comunisti accettarono di rinunciare alla collettivizzazione delle terre e di rispettare i sentimenti religiosi della popolazione. Il nuovo Comitato Rivoluzionario d’Iran, che sostituì il precedente Revkom, comprendeva, tra gli altri, Mirza Kuchik Khan, Haydar Khan ed Ehsanollah Khan. Quest’ultimo, insieme alla componente più radicale del movimento, venne tuttavia estromesso già nell’agosto del 1921. Nonostante la retorica della ritrovata “unità nazionale”, infatti, le diffidenze reciproche rimanevano profonde. Kuchik Khan temeva che i comunisti preparassero un nuovo colpo di Stato, mentre Haydar Khan considerava inaccettabile la continua opposizione dei Jangali alla riforma agraria. A ciò si aggiunsero le pressioni del ministro plenipotenziario sovietico a Teheran, Theodore Rothstein, favorevole a un accordo tra il governo iraniano e la Repubblica del Gilan, così da consentire a Mosca di normalizzare definitivamente i rapporti con l’Iran dopo la firma del Trattato di Amicizia Irano-Sovietico.
La fine della Repubblica Socialista Sovietica Persiana maturò proprio all’interno di questo clima di reciproca sfiducia. Un incontro tra i principali leader rivoluzionari iraniani, inizialmente concepito per ricomporre le tensioni interne, si trasformò invece nel cosiddetto “incidente di Molla Sara”. Durante tale incontro, tenutosi il 21 settembre 1921, i guerriglieri Jangali, su ordine di Mirza Kuchik Khan, circondarono l’edificio in cui si stava svolgendo la riunione e gli diedero fuoco. Il commissario alla Giustizia, Sarkosh, perse la vita nell’incendio, mentre Ehsanollah Khan riuscì a fuggire. Haydar Khan venne invece catturato dai Jangali e successivamente giustiziato. Le interpretazioni di questo episodio rimangono controverse. Gli ambienti più vicini ai sovietici accusarono Mirza Kuchik Khan di aver tradito la rivoluzione nel tentativo di negoziare autonomamente con Teheran, liberandosi dell’ingombrante alleanza con i comunisti. Il leader Jangali sostenne invece di aver agito per legittima difesa, affermando che la riunione di Molla Sara fosse in realtà una congiura organizzata dai comunisti per arrestarlo e giustiziarlo. Altri studiosi hanno infine ipotizzato un ruolo attivo della stessa dirigenza sovietica, che avrebbe deliberatamente alimentato il conflitto tra le due fazioni per liberarsi dell’ormai scomoda ed imbarazzante esperienza della Repubblica Socialista Sovietica Persiana. Una volta caduto il governo rivoluzionario, infatti, Mosca avrebbe potuto ritirare l’Armata Rossa senza particolari difficoltà46.
L’incidente di Molla Sara, in ogni caso, rappresentò la fine definitiva dell’esperienza rivoluzionaria in Iran, con Mirza Kuchik Khan che, per l’ennesima volta, si rifugiò nelle montagne del Gilan, dove però morì assiderato nel dicembre 1921.
Epilogo: la storiografia della Repubblica Socialista Sovietica Persiana
Sebbene queste vicende siano pressoché sconosciute nel mondo occidentale, la storiografia iraniana si è a lungo interrogata sul lascito di questa esperienza rivoluzionaria.
Il noto storico Ervand Abrahamian, collocando Mirza Kuchik Khan all'interno della tradizione nazional-liberale, respinge l'interpretazione che definisce il Movimento Jangali un “movimento contadino”, lettura spesso proposta tanto dalla storiografia nazionalista quanto da quella di ispirazione marxista. Secondo Abrahamian, infatti, non esistono prove sufficienti a sostegno di tale definizione; egli preferisce invece interpretare i Jangali come una sorta di “ribellione primitiva”, assimilabile al modello di un Robin Hood iraniano. Tale lettura si fonda sull'eterogeneità sociale del movimento, composto da proprietari terrieri desiderosi di maggiori libertà, contadini, intellettuali, giornalisti, democratici, panislamisti e rivoluzionari provenienti dalle province caucasiche dell'Impero russo. Proprio questa pluralità di origini sociali e di obiettivi politici avrebbe determinato, secondo Abrahamian, il fallimento della Repubblica Socialista Sovietica Persiana, una costruzione politica tanto fragile da collassare non appena Mosca diede i primi segnali di disimpegno47.
Di segno opposto è invece l'interpretazione proposta dallo storico iraniano “iconoclasta” Mostafa Sho'aiyan. Marxista eterodosso, convinto sostenitore della guerriglia rivoluzionaria e severo critico di Lenin, da lui considerato un “traditore della rivoluzione” per aver accettato la coesistenza con le potenze imperialiste, Sho'aiyan pubblicò nel 1968 A Review of the Relations Between the Soviet Union and the Revolutionary Movement of the Jungle, opera nella quale offrì una lettura profondamente revisionista del ruolo svolto dall'URSS negli affari iraniani. A suo giudizio, infatti, l'azione dei bolscevichi fu sostanzialmente controrivoluzionaria: il fallimento della Repubblica Socialista Sovietica Persiana sarebbe stato il risultato del tradimento operato dall'Unione Sovietica, simboleggiato dal Trattato di Amicizia Irano-Sovietico del febbraio 1921. Da questa visione critica nacque anche il concetto di Shoravism (“sovietismo”), termine con cui Sho'aiyan indicava una degenerazione politica che, dal leninismo allo stalinismo, avrebbe caratterizzato l'intera esperienza sovietica fino agli anni Settanta, epoca in cui egli scriveva. Anche riguardo alla natura eterogenea del Movimento Jangali, Sho'aiyan giungeva a conclusioni opposte rispetto ad Abrahamian: quella pluralità costituiva infatti, ai suoi occhi, un punto di forza. Egli rifiutava le rigide categorie della lotta di classe, privilegiando la militanza rivoluzionaria rispetto all'ortodossia teorica marxista, e criticava aspramente il ruolo assunto dal Partito quale guida esclusiva del processo rivoluzionario, tanto nell'Unione Sovietica quanto in Iran. Per queste ragioni, Sho'aiyan esprimeva un giudizio sostanzialmente positivo sull'esperienza di Mirza Kuchik Khan, considerandolo il protagonista di un autentico progetto di liberazione nazionale e di giustizia sociale, la cui integrità sarebbe stata progressivamente compromessa dalle manovre controrivoluzionarie dell'Unione Sovietica48.
Se, dunque, Abrahamian interpreta la vicenda rivoluzionaria del Gilan come un interessante caso di populismo nel cosiddetto Terzo Mondo, ridimensionandone la portata rivoluzionaria, Sho'aiyan considera invece l'esperienza della Repubblica Socialista Sovietica Persiana una grande occasione mancata, il cui fallimento non derivò tanto dalle debolezze interne del movimento quanto dalla convergenza di interessi tra l'Unione Sovietica e le forze imperialiste e controrivoluzionarie.
Infine, se durante l’era Pahlavi fu imposto una coltre di silenzio su tali vicende49, l’esperienza del movimento Jangali e di Mirza Kuchik Khan è stata invece recuperata dalla Repubblica Islamica. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, infatti, le televisioni governative hanno trasmesso a più riprese una miniserie su tale epopea, intitolata Kuchek-e Jangali, con l’obiettivo di enfatizzare la dimensione religiosa e anti-imperialista di Mirza Kuchik Khan. Rappresentandolo come un devoto musulmano rivoluzionario, gli autori di tale produzione cercarono di rappresentare il leader del movimento Jangali come un precursore della Repubblica Islamica50. Descritto come un patriottico “martire col turbante”, Mirza Kuchik Khan è stato anche utilizzato dal regime come strumento di legittimazione politica agli occhi della popolazione, sostenendo che il clero abbia sempre guidato le masse nella lotta contro il dispotismo, contro l’imperialismo occidentale e contro il feudalesimo interno51. Ovviamente, tale visione del tutto ideologizzata e distorta di Mirza Kuchik Khan ha comportato, d’altra parte, la rimozione dell’alleanza tra il Movimento Jangali e i comunisti, sia che essi fossero sovietici o iraniani. Questi ultimi vengono infatti indicati non solo come i principali responsabili della tragica fine del “martire col turbante”, ma anche come gli artefici delle politiche antireligiose attribuite all'esperienza della Repubblica del Gilan.
Si può quindi affermare che la Repubblica Islamica abbia trasformato una complessa esperienza di guerriglia rurale, caratterizzata da significative componenti socialdemocratiche e nazional-rivoluzionarie, in una narrazione religiosa e patriottica. In questo processo, la storia del Movimento Jangali è stata privata delle sue radici secolari e radicali per essere adattata alle esigenze ideologiche del regime, che ha progressivamente censurato, tanto nella storiografia ufficiale quanto nelle produzioni televisive, il ruolo svolto da Mirza Kuchik Khan nella fondazione della Repubblica Socialista Sovietica Persiana52.
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Note e bibliografia
Per una generale visione delle relazioni estere tra l’Impero persiano, Impero russo e Impero britannico si vedano Kazemzadeh, Firuz. Russia and Britain in Persia, 1864-191. A Study in Imperialism. Yale University Press, 1968 e Ramazani, Rouhollah K. Iran’s Foreign Policy, 1941-1973. A Study of Foreign Policy in Modernizing Nations. University Press of Virginia, 1975.
Cronin, Stephanie, a c. di. Iranian-Russian Encounters: Empires and Revolutions since 1800. Routledge, 2014, p. 49.
Per un quadro più ampio sulla prima Guerra russo-persiana e sugli effetti che essa ebbe sulle relazioni tra Persia, Francia rivoluzionaria ed Impero britannico, si veda Amanat, Abbas. Iran: A Modern History. Yale University Press, 2017, pp. 194-199.
Per un resoconto sulla seconda Guerra russo-persiana, si veda Ivi, pp. 210-215.
Se si desidera approfondire il ruolo dei Cosacchi zaristi al servizio dello Shah, si veda Cronin, Iranian-Russian Encounters, cit., pp. 143-185.
Keddie, Nikki R., Yann Richard, Modern Iran: Roots and Results of Revolution. Updated ed. Yale University Press, 2006, p. 57.
Per una più ampia e complessa visione della penetrazione fondiaria russa in Iran, si veda Nouraei, Morteza e Martin, Vanessa, Russian Land Acquisition in Iran from 1828 to 1911, pp. 95-107, contenuto in Cronin, Iranian-Russian Encounters, cit.
Bazin, Marcel. «Gilan. Geography and Etnography». Encyclopaedia Iranica, s.d. https://www.iranicaonline.org/articles/gilan-i-geography/.
Il ruolo giocato dall’irrigazione centralizzata era, comunque, generalmente scarso nella maggior parte del territorio persiano, a causa di una endemica debolezza dello burocrazia dei Qajar nel favorire ampi investimenti in tale settore. Si veda Ghasemi, Sayyed Sasan Mousavi, e Abbas Ghadimi Gheydari. «Water and Irrigation System in Qajar Period». Specialty Journal of Humanities and Cultural Science 4, fasc. 2–2019 (2019): 43–49. https://doi.org/10.51847/tcMJaRdJkk.
Kazemi, Farhad, e Ervand Abrahamian. «The Nonrevolutionary Peasantry of Modern Iran». Iranian Studies 11, fasc. 1/4 (1978): p. 289.
Afary, Janet. «Peasant Rebellions of the Caspian Region during the Iranian Constitutional Revolution, 1906-1909». International Journal of Middle East Studies 23, fasc. 2 (1991): pp. 148-149.
Kazemi e Abrahamian, «The Nonrevolutionary Peasantry of Modern Iran», p. 288, cit.
Ivi, p. 291.
Citato in Ansari, Ali M. Modern Iran since 1797: Reform and Revolution. Routledge, 2019, p. 99.
Keddie et al., Modern Iran, pp. 66-67, cit.
Per un quadro più ampio sulla Transcaucasia ad inizio XX secolo, si osservi Ferrari, Aldo. La rivoluzione del 1905 in Transcaucasia: il fattore etnico, in Lami, Giulia. 1905: l’altra rivoluzione Russa. 1. ed. CUEM, 2007.
A queste motivazioni di natura più prettamente politica si devono aggiungere anche cause di natura più propriamente economica per spiegare gli avvenimenti successivi in Persia, come l’aumento dei prezzi del riso e del grano e il rallentamento del commercio internazionale, fattori che favorirono lo svilupparsi di un’importante crisi economica tra 1905 e 1906. Si veda Abrahamian, Ervand. Iran Between Two Revolutions. Princeton University Press, 1983, p. 81.
A queste motivazioni di natura più prettamente politica si devono aggiungere anche cause di natura più propriamente economica per spiegare gli avvenimenti successivi in Persia, come l’aumento dei prezzi del riso e del grano e il rallentamento del commercio internazionale, fattori che favorirono lo svilupparsi di un’importante crisi economica tra 1905 e 1906. Si veda Abrahamian, Ervand. Iran Between Two Revolutions. Princeton University Press, 1983, p. 81.
Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, cit., p. 99.
Per un quadro più completo della Rivoluzione costituzionale e delle sue conseguenze, tra la molta letteratura presente si prenda in considerazione Ansari, Modern Iran since 1797, cit., pp. 93-120; Amanat, Iran, cit., pp. 315-385.
Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, cit., p. 102.
Amanat, Iran, cit., pp. 364-365.
Stebbins, Lyman H. British Imperialism in Qajar Iran: Consuls, Agents and Influence in the Middle East. I.B. Tauris, 2016, pp. 127-129.
Stebbins, Lyman H. British Imperialism in Qajar Iran: Consuls, Agents and Influence in the Middle East. I.B. Tauris, 2016, pp. 127-129.
Stebbins, Lyman H. British Imperialism in Qajar Iran: Consuls, Agents and Influence in the Middle East. I.B. Tauris, 2016, pp. 127-129.
Ibid.
Amanat, The Caspian World, cit., pp. 35-36.
Amanat, Iran, cit. pp. 407-409.
Dailami, Pezhmann. «Jangali Movement». Encyclopaedia Iranica, s.d. https://www.iranicaonline.org/articles/jangali-movement/.
E’ bene sottolineare che, nonostante l’originale natura panislamica del Movimento Jangali, non esiste nessuna prova circa la volontà di instaurare una teocrazia nel Gilan, né ci sono prove circa privilegi concessi al clero sciita. Al contrario, alcuni esponenti del clero vennero perseguitati e incarcerati. Ibid.
Zabih, Sepehr. The Communist Movement in Iran. University of California Press, 1966, p. 17.
“Recentemente ho espresso l’opinione che, qualora Kuchik Khan dovesse tornare nel Gilan, lo farebbe con una popolarità ancora maggiore. Conferma di questa tesi si trova nel resoconto della visita notturna che egli ha fatto a Gorab Zarmakh, quando, a quanto si dice, un paio di centinaia di abitanti del villaggio, armati di attrezzi agricoli, lo avrebbero acclamato e gli avrebbero esposto nei dettagli gli eccessi commessi dai cosacchi.” Resoconto del Vice-Console britannico a Teheran, luglio 1919. Citato in Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit., pp. 168-169.
Dailami, Pezhmann. «The Bolsheviks and the Jangali Revolutionary Movement, 1915-1920». Cahiers du Monde russe et soviétique 31, fasc. 1 (1990): p. 51.
Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit. pp. 111-113.
Ivi, p. 192.
Zabih, The Communist Movement in Iran, cit. p. 19.
Si osservino le considerazioni su Mirza Kuchik Khan di esponenti di primo piano del movimento bolsceviso sovietico come Kirov, Ordzhonikidze, Cicerin e Voznesenskij in Genis, Vladimir L., e Olga Pichon-Bobrinskoy. «Les Bolcheviks au Guilan. La Chute du Gouvernement de Koutchek Khan». Cahiers du Monde russe 40, fasc. 3 (1999), pp. 459–95 e Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit. p. 199.
Per un elenco completo dei Commissari, Zabih, The Communist Movement in Iran, cit. p. 19.
Amanat, The Caspian World, cit., p. 297.
Nejad, Kayhan A. «Provincial Revolution and Regional Anti-Colonialism: The Soviets in Iran, 1920–1921». Slavic Review 82, fasc. 2 (2023), pp. 378–400; Kazemi e Abrahamian, «The Nonrevolutionary Peasantry of Modern Iran», cit., p. 286.
Per questo motivo, i britannici consideravano il progetto Jangali e l’influenza sovietica nel Nord dell’Iran come una minaccia vitale al proprio Impero coloniale. Si vedano Sabahi, Houshang. British Policy in Persia, 1918-1925. Routledge, 2015 e Stebbins, British Imperialism in Qajar Iran, cit.
Nejad, «Provincial Revolution and Regional Anti-Colonialism», cit.
Ibid.
Afary, Janet. «The Contentious Historiography of the Gilan Republic in Iran: A Critical Exploration». Iranian Studies 28, fasc. 1/2 (1995), pp. 7.
Nejad, «Provincial Revolution and Regional Anti-Colonialism», cit.
Zabih, The Communist Movement in Iran, cit., pp. 39-40; per un più ampio quadro delle ultime fasi di vita della Repubblica Socialista Sovietica Persiana e l’atteggiamento sovietico, si osservi Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit., pp. 356-367.
Abrahamian, Ervand. «Communism and Communalism in Iran: The Tudah and the Firqah-I Dimukrat». International Journal of Middle East Studies 1, fasc. 4 (1970), pp. 294-295.
Per un’analisi più approfondita e ampia sul pensiero e sulla biografia di Mostafa Sho’ayian, si veda Atabaki, Touraj e Iran Heritage Foundation, a c. di. Iran in the 20th Century: Historiography and Political Culture. International library of Iranian studies 20. I.B. Tauris in association with the Iran Heritage Foundaton, 2009, pp. 224-226, e Vahabzadeh, Peyman. A Guerrilla Odyssey: Modernization, Secularism, Democracy and the Fadai Period of National Liberation in Iran, 1971-1979. Syracuse University Press, 2010, pp. 186-205.
Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit. pp. 3-4.
Afary, «The Contentious Historiography of the Gilan Republic in Iran», cit., p. 4.
Abrahamian, Ervand. Khomeinism: Essays on the Islamic Republic. University of California Press, 1993, p. 101.
Chaqueri, Soviet Socialist Republic of Iran, 1920 - 1921, cit., XX-XXI.






Articolo interessantissimo!!!
Da amante della storia ma soprattutto della geografia, e soprattutto da persiano, sono ammirato da questo articolo. Ben fatto veramente