L'Illusione del Rules Based Order
Un'Analisi Storica tra Teoria Diplomatica e Realismo Politico
Il 14 febbraio 2025, la cornice ovattata della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, da decenni tempio del rassicurante multilateralismo atlantico, è stata squarciata da un intervento che ha agito come un acceleratore di particelle sulla stabilità diplomatica del Vecchio Continente.
J.D. Vance, Vicepresidente degli Stati Uniti, ha pronunciato un discorso che non si limitava a ridiscutere i termini dell’alleanza, ma ne aggrediva l’anima stessa, denunciando quello che definiva “il ritiro dell’Europa dai suoi valori fondamentali”. Vance non evocava i consueti spettri dell’espansionismo russo o cinese; descriveva piuttosto una “minaccia dall’interno”, puntando il dito contro un establishment europeo colpevole, a suo dire, di aver tradito la libertà di parola e le norme democratiche.
Nel salone del Bayerischer Hof, Vance ha accusato i leader continentali di trattare milioni di elettori come paria politici, ammonendo che “escludere le persone dal processo politico è la via più sicura per distruggere la democrazia”.
La reazione dei presenti è stata di puro sgomento ontologico. Claudia Major, direttrice per la sicurezza dell’Istituto Tedesco per gli Affari Internazionali, ha icasticamente definito l’intervento come la dichiarazione di una “guerra culturale” lanciata da Washington contro i propri stessi alleati. Friedrich Merz, destinato di lì a poco alla cancelleria tedesca, ha parlato apertamente di una “rottura epocale” nel rapporto transatlantico.
In questo clima di crepuscolo istituzionale, l’immagine più potente è rimasta quella di Christoph Heusgen, figura cardine della diplomazia di Berlino e già consigliere di Angela Merkel. Nel momento del congedo dalla presidenza della conferenza, Heusgen è scoppiato in un pianto dirotto, impossibilitato a terminare il suo discorso finale.
Quelle lacrime sono diventate la metafora vivente del collasso di un mondo, il lutto di una classe dirigente per la fine del Rules Based International Order (ordine internazionale basato sulle regole). Heusgen invocava un sistema fondato sulla Carta delle Nazioni Unite e sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani come unico argine alla giungla hobbesiana dove “il potere crea il diritto”.
Era la stessa visione difesa spasmodicamente dall’amministrazione di Joe Biden e dal suo Segretario di Stato Antony Blinken: un’architettura di leggi e istituzioni costruita sulle ceneri di due guerre mondiali per moderare gli appetiti delle potenze.
Secondo il politologo e storico Marc Trachtenberg, la commozione di Heusgen e la retorica della precedente amministrazione della Casa Bianca poggiano su una premessa storica che oggi appare quanto mai fragile.
L’idea che l’ordine liberale sia stato un progetto coerente, deliberato e universalmente benefico fin dalle sue origini è una costruzione mitografica che collide violentemente con la realtà. La storia suggerisce una narrazione opposta: l’ordine non è nato da un afflato idealista, ma da un pragmatismo brutale e da equilibri di forza che spesso contraddicevano i principi che oggi l’Occidente brandisce come assoluti morali.
L’Architettura Originaria: La Carta Atlantica contro i “Quattro Poliziotti”
La vulgata contemporanea presenta il sistema post-bellico come l’emanazione diretta della Carta Atlantica del 1941, un documento intriso di idealismo che proclamava l’eguaglianza sovrana e l’autodeterminazione.
Eppure, scavando sotto la superficie dei comunicati ufficiali, emerge la figura di Franklin D. Roosevelt non come un sognatore wilsoniano, ma come un architetto spietato del potere reale. Per FDR, il dopoguerra non doveva essere gestito da un’assemblea di nazioni eguali, ma da un direttorio ristretto, i cosiddetti “Quattro Poliziotti”: Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Cina.
La sua visione era quasi draconiana: tutte le altre nazioni, comprese potenze come la Francia, avrebbero dovuto essere disarmate in modo permanente. Se uno Stato avesse minacciato la pace, i Quattro Poliziotti avrebbero avuto il mandato di sottoporlo a blocchi economici e, in caso di resistenza, di “bombardarlo senza pietà”. Significativamente, il Vicepresidente Henry Wallace, nel 1942, dichiarava con chiarezza che i vincitori avrebbero goduto di una tale “superiorità schiacciante nella potenza aerea” da poter imporre qualsiasi mandato, arrivando a suggerire di bombardare gli aggressori “senza misericordia” finché non avessero accettato il disarmo.
Roosevelt non credeva affatto nella “sovranità eguale” che oggi Blinken invoca per difendere l’Ucraina. Al contrario, era convinto che le “vere decisioni” spettassero solo ai giganti. Questo approccio includeva una cinica accettazione delle sfere di influenza, in totale antitesi con l’universalismo liberale.
Roosevelt non oppose alcuna resistenza sostanziale al celebre accordo sulle “percentuali” tra Churchill e Stalin, che spartiva l’Europa sud-orientale come una torta coloniale.
Ancora più rivelatore fu l’atteggiamento di Harry Truman nell’estate del 1945. Mentre l’Armata Rossa consolidava il suo controllo sull’Europa orientale, Truman annotava nel suo diario, con un realismo che oggi definiremmo eretico, che grazie a Hitler il mondo avrebbe avuto una “Europa slava per molto tempo”, aggiungendo con noncuranza: “non credo sia così male”.
L’ordine iniziale non era dunque un club di democrazie, ma un sistema di gestione del potere basato sul rispetto reciproco delle zone di sicurezza, dove la democrazia era un valore secondario rispetto alla stabilità geostrategica tra le superpotenze.
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La NATO: Tra Garanzia Istituzionale e Controllo Egemonico
In questa complessa scacchiera, la nascita della NATO non può essere letta solo come un’alleanza difensiva, ma deve essere inquadrata come il pilastro di quella che G. John Ikenberry definisce l’egemonia liberale.
Secondo Ikenberry, la NATO è un’istituzione “vincolante” progettata per limitare paradossalmente il potere americano al fine di rassicurare gli alleati. Inserendosi in un quadro istituzionale multilaterale, gli Stati Uniti avrebbero accettato di moderare la propria forza in cambio della legittimità e della cooperazione europea. Era il “transatlantic bargain”: Washington offriva protezione e prevedibilità, e in cambio l’Europa accettava la leadership statunitense, affrancandosi dal timore di essere dominata o, peggio, abbandonata.
Tuttavia, questa visione rassicurante è stata aspramente contestata dal realismo gollista. Per Charles de Gaulle, la NATO era un “faux-semblant”, un simulacro volto a mascherare un controllo soffocante. Per il Generale, l’integrazione militare era lo strumento con cui l’America manteneva l’Europa in uno stato di dipendenza cronica, facendo passare per scelta istituzionale quella che era una sottomissione strategica. De Gaulle sosteneva che la docilità non fosse il prezzo della sicurezza, poiché gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Europa finché fosse stato nel loro interesse nazionale farlo, indipendentemente dal grado di sottomissione dei partner.
La realtà storica dei periodi di crisi sembra confermare che la NATO, lungi dall’essere un vincolo assoluto per Washington, non ha mai impedito agli Stati Uniti di prepararsi ad azioni unilaterali. Durante la crisi di Berlino tra il 1958 e il 1962, mentre si simulavano consultazioni collegiali, gli americani agivano attraverso strutture come la “LIVE OAK” — un’organizzazione di pianificazione ristretta al di fuori dei canali NATO ufficiali — e il comando EUCOM. L’obiettivo era garantire agli Stati Uniti la capacità di intervenire anche in assenza di un consenso alleato.
La stabilità europea del dopoguerra non è derivata tanto dalla sacralità dei trattati istituzionali, quanto da un equilibrio politico reale e sotterraneo. La pace fu mantenuta grazie a un accordo tacito con l’Unione Sovietica che prescindeva dai valori liberali: la Germania Ovest sarebbe rimasta uno Stato non nucleare e gli Stati Uniti avrebbero mantenuto truppe sul continente non solo come scudo contro i russi, ma anche come garanzia contro il risorgere del revanscismo tedesco.
Era questo assetto di “doppio contenimento” che i sovietici potevano tollerare. Non furono le istituzioni a creare la pace, ma la gestione pragmatica degli interessi delle potenze, dove il rispetto per la forza del rivale pesava molto più del rispetto per le regole del diritto internazionale.
Il Paradosso di Bretton Woods: La Gabbia d’Oro del Dollaro
Se la sicurezza ha i suoi miti, il pilastro economico dell’ordine liberale ne ha di ancora più resistenti.
Il sistema di Bretton Woods, fondato nel 1944 sotto la guida di John Maynard Keynes e Harry Dexter White, è spesso celebrato come il motore di un’età dell’oro del commercio globale.
La realtà è molto più sbiadita: per i primi quattordici anni dalla sua nascita, il sistema è rimasto virtualmente in “cella frigorifera”. La convertibilità valutaria, cardine dell’intero progetto, non fu ripristinata nelle principali economie europee fino alla fine del 1958, quando la ricostruzione era già in fase avanzata.
I suoi stessi architetti morirono in uno stato di profondo disincanto. Keynes, in particolare, aveva tentato di costruire un sistema che proteggesse la Gran Bretagna dal declino, ma si scontrò con la perentorietà americana. Poco prima di morire nel 1946, Keynes preparò un articolo dai toni feroci in cui condannava la politica statunitense, accusando Washington di non avere “assolutamente alcuna concezione della cooperazione internazionale”. La sua rabbia verso quella che percepiva come una prevaricazione americana era tale che i suoi biografi, come Roy Harrod, indicarono nello stress di quegli scontri diplomatici una delle cause della sua morte prematura.
Contrariamente alla narrazione corrente, l’apertura economica mondiale non è stata il prodotto di Bretton Woods, ma è esplosa paradossalmente solo dopo il suo collasso nel 1971.
I dati sono inequivocabili: l’indice di apertura commerciale mondiale, che misura il peso di importazioni ed esportazioni sul PIL globale, è rimasto quasi piatto durante gli anni del regime di cambi fissi, oscillando da un modesto 22,45 nel 1960 a un 23,75 nel 1969. È solo con il passaggio al sistema di cambi fluttuanti che il commercio globale ha preso il volo, superando quota 60 nel 2008.
Per gli stessi Stati Uniti, Bretton Woods non era un “privilegio esorbitante” come sostenevano i francesi, ma era diventato una “camicia di forza” umiliante. Negli anni ‘60, i leader americani vivevano nel terrore costante del deficit e della perdita delle riserve auree di Fort Knox, costretti a spedire i propri funzionari “con il cappello in mano” a negoziare con le banche centrali straniere e persino con realtà minori come Hong Kong o Monaco per limitare le esportazioni e proteggere il dollaro.
Milton Friedman fu il critico più severo di questo assetto, definendolo “politicamente degradante” per una grande nazione. Il passaggio al “floating” del 1971, gestito da George Shultz sotto l’amministrazione Nixon, non fu un atto di vandalismo contro l’ordine, ma una mossa di liberazione nazionale volta a riguadagnare quella libertà d’azione che il sistema di cambi fissi aveva strozzato. L’ordine economico moderno è emerso dunque dal collasso delle istituzioni rigide, dimostrando che la stabilità può nascere dalla fine di un progetto centralizzato.
L’Ordine Spontaneo contro l’Ordine Progettato
Il dibattito sulla natura della stabilità internazionale ci pone di fronte a un bivio filosofico: l’ordine deve essere progettato e guidato da un egemone o può emergere spontaneamente?
La visione di intellettuali come Joseph Nye e Ikenberry sostiene che la stabilità richiede un “ordinatore”, una potenza capace di fornire beni pubblici globali come la sicurezza marittima e un mercato aperto.
Senza questo “Leviatano liberale”, il mondo scivolerebbe inevitabilmente nel caos. Tuttavia, esiste una potente contronarrazione che applica la “mano invisibile” alla politica internazionale.
Friedrich Hayek, ispirandosi all’economia e alla biologia, ricordava l’astratto ma “stupefacente fatto che l’ordine generato senza un disegno può superare di gran lunga i piani costruiti consapevolmente dall’uomo”. In questa prospettiva, l’ordine può scaturire dalla interazione libera degli interessi nazionali: gli Stati, per puro istinto di conservazione, hanno l’interesse intrinseco a minimizzare i nemici e a sviluppare relazioni basate sulla prevedibilità. Questa “repubblica delle nazioni”, come teorizzato dalla Scuola Inglese delle Relazioni Internazionali, non necessita di un poliziotto globale, ma di un equilibrio di potenza bilanciato.
Recuperando la tradizione realista di Lord Castlereagh, emerge un modello di stabilità che rifiuta l’imposizione di “principi astratti e speculativi di precauzione”. Castlereagh sosteneva che la Gran Bretagna dovesse intervenire solo quando l’equilibrio territoriale europeo fosse stato minacciato, evitando crociate ideologiche per trasformare l’ordine interno di altri Stati.
Anche George Kennan, nel XX secolo, ammoniva contro l’ “idealismo impraticabile” che cerca di rendere il mondo “sicuro per la democrazia”.
L’approccio liberale contemporaneo, con la sua spinta missionaria a riformare i sistemi politici dei rivali per renderli conformi a standard universali, rischia di essere la fonte principale di instabilità. La pretesa che ogni nazione debba sottostare a un’unica visione del mondo non solo alimenta il revanscismo di potenze come Russia e Cina, ma aliena anche democrazie emergenti come l’India, che vedono nel “mondo basato sulle regole” un paravento per gli interessi imperiali occidentali.
La stabilità, come dimostra la storia diplomatica più avveduta, deriva dal rispetto per il potere dei rivali e dalla legittimità dei loro interessi strategici, non dalla pretesa di imporre un’egemonia morale universale che la realtà della forza puntualmente smentisce.
Conclusione: Verso un Nuovo Realismo
Oggi ci troviamo per Trachtenberg dinanzi alla necessità di riscoprire questo realismo sobrio.
La retorica del “mondo basato sulle regole” è ormai percepita da gran parte del pianeta come un’arma retorica unilaterale, un “Rule America” mascherato, come denunciato da Lavrov, ma anche percepito da molti osservatori indiani e del cosiddetto Sud Globale.
Non dobbiamo cadere nell’errore fatale di considerare l’ordine liberale, nella sua forma attuale e pesantemente ideologizzata, come l’unica alternativa possibile all’anarchia o a un nuovo “Medioevo” di violenza universale.
La storia del dopoguerra ci insegna che i momenti di massima stabilità non sono stati quelli in cui si sono applicate rigidamente le regole formali delle istituzioni, ma quelli in cui le grandi potenze hanno saputo negoziare sulla base dei propri interessi reali e della reciproca sicurezza. Le alleanze nate dalla necessità politica e la gestione pragmatica dei deficit hanno prodotto più benessere e pace di quanto abbiano mai fatto i piani utopistici di una governance mondiale centralizzata.
Una relazione d’affari tra grandi potenze, fondata sul rispetto delle rispettive sfere di interesse e sull’astensione dall’interferenza negli affari interni, potrebbe produrre un sistema molto più pacifico e duraturo rispetto all’estensione forzata di un ordine che molti attori globali non riconoscono più come legittimo.
Accettare un mondo multipolare significa ammettere che la stabilità può essere l’esito spontaneo di un equilibrio di forze e non il risultato di un progetto egemonico.
Le lacrime di Christoph Heusgen a Monaco non segnano la fine della civiltà, ma il doloroso e necessario commiato da un’illusione ideologica che ha ignorato per troppo tempo le leggi fondamentali del potere. Accogliere questa realtà non significa scegliere il caos, ma abbracciare un nuovo realismo capace di garantire la pace attraverso il riconoscimento della diversità dei sistemi politici e il ritorno a una diplomazia basata sui fatti, non sui sogni di un universalismo ormai tramontato.
Solo rinunciando alla pretesa di essere l’unico ordinatore del mondo, l’Occidente potrà ritrovare il suo posto in un sistema internazionale che sia, finalmente, sicuro per la realtà e non solo per la teoria.
Anche per oggi è tutto.
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Bibliografia
Marc Trachtenberg è professore di scienze politiche presso l’Università della California, Los Angeles. Ha conseguito il dottorato di ricerca in storia presso l’Università della California, Berkeley, nel 1974 e ha insegnato per molti anni presso il dipartimento di storia dell’Università della Pennsylvania. Nel 2000 ha ricevuto il George Louis Beer Prize dall’American Historical Association.
Marc Trachtenberg
The Rules-Based International Order
A Historical Analysis
International Security, Volume 50, Issue 2 Fall 2025, MIT Press



