La rivolta del Sette e Mezzo
16 settembre 1866.
Palermo.
3-4000 contadini provenienti dalle campagne circostanti, guidati dagli stessi capisquadra garibaldini del 1860, entrano nella città incitando la popolazione alla ribellione contro il governo italiano.
È la Rivolta del Sette e Mezzo.
La rivolta si estende ben presto a quasi tutta la cittadinanza.
I palazzi del governo vengono assaltati.
Il prefetto, Luigi Torelli, e il sindaco, Antonio di Rudinì sono costretti a rifugiarsi nel Palazzo Reale.
In un paio di giorni i ribelli assumono il controllo della città e della provincia.
Il 18 settembre gli insorti formano un comitato rivoluzionario a cui parteciparono personalità politicamente molto differenti.
Il presidente è un nobile ex borbonico, il principe di Linguaglossa, mentre il segretario è un mazziniano, Francesco Bonafede. Ci sono anche membri del clero a testimonianza dell'eterogeinatà dei partecipanti alla rivolta.
L'insurrezione ha infatti diverse cause causate dall'incapacità dell'Italia della destra storica liberale a trovare da una parte un modus vivendi con le élite siciliane, dall'altro a soddisfare le promesse di miglioramento sociale ed economico per le classi popolari.
Se da una parte le imposizioni fiscali e l'introduzione della coscrizione obbligatoria, che "ruba" giovani braccia ai lavori agricoli, hanno esasperato le già misere classi contadine, la politica economica del laissez faire ha tolto qualsiasi protezione sia ai ceti artigiani cittadini che ai grandi latifondisti terrieri, mettendo in crisi l'ideale di autogoverno del Sud.
L'incapacità poi di comprendere il problema politico, per la fede assoluta nelle convinzioni liberali, riducendo qualsiasi protesta ad un semplice problema di ordine pubblico, crea una situazione esplosiva la cui miccia è la Terza Guerra d'Indipendenza, coi suoi immani costi sia economici che umani, e i disastri militari, malamente coperti dalla vittoria finale raggiunta grazie alle armate prussiane.
Un esempio dell'incapacità di affrontare i problemi sotto l'aspetto politico è proprio come il governo di Ricasoli affronta la rivolta di Palermo con l'invio del generale Raffaele Cadorna, recente reduce di una sanguinosa campagna di antibrigantaggio negli Abruzzi.
Cadorna pensa che la rivolta sia opera di comuni delinquenti e si comporta di conseguenza.
Fa bombardare Palermo dalle navi militari a supporto per poi sbarcare i suoi 40.000 soldati che, nell'arco appunto di circa sette giorni, riescono a sopraffare i ribelli in città e nella provincia.
È sicuramente vero che la rivolta abbia avuto anche caratteri sanguinosi, specie nei paesi della campagna palermitana dove carabinieri e guardie civili furono uccise e fatte a pezzi dagli esasperati ribelli, ma, al contrario di quanto spesso affermato anche dalla storiografia successiva, non è una rivolta cieca del popolino (mob), proprio per il carattere interclassista che abbiamo visto.
Contraddicendo le disposizioni ricevute dal capo del governo Ricasoli, Cadorna impone la legge marziale e istituisce dei tribunali militari per giudicare i rivoltosi catturati.
Ma la repressione come al solito colpisce solo i poveracci.
I capi della rivolta, accusati di tradimento, saranno alla fine o liberati quasi subito o condannati solo al carcere, da cui saranno liberati da una amnistia l'anno dopo.
Le condanne a morte sono pochissime, una decina, di cui solo tre eseguite, e per i fatti di sangue più gravi.
Ma la gran parte delle condanne sono per delitti comuni, nonostante la rivolta abbia avuto come obiettivo quasi esclusivamente beni ed edifici statali e non privati.
E ovviamente lì ricadono la gran parte dei rivoltosi catturati di origine popolare che così non godranno di alcun beneficio di amnistia.
I successivi tentativi di risolvere la crisi politica tempo sono infruttuosi.
Si istituisce un'inchiesta parlamentare per indagare le cause «morali ed economiche» della rivolta, il cui rapporto sminuisce il carattere politico anti-governativo della rivolta, riducendola a moti delinquenziali causati dai problemi economici della città.
Il problema politico non risolto fra il centro e la periferia si incancrenisce così al sud in una rassegnata sfiducia da parte del governo centrale di poter veramente imporre la sua autorità politica, mentre dall'altra parte consente ai notabili locali di farsi controllori e garanti degli affari pubblici, dalla riscossione delle tasse e dall'assegnazione di lavori pubblici, al controllo delle liste elettorali, instaurando una tradizione di corruzione ed inefficienza che subiamo ancora oggi.
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