A cena con Stalin
«Che cosa credete di ottenere dalle stelle rosse sui berretti?
Non è importante la forma, ma ciò che si ottiene, e voi... stelle rosse!
Per Dio, le stelle non sono necessarie!»
È il primo “rimprovero” che Milovan Gilas, inviato di Tito a Mosca nel 1943, riceve da Stalin.
L’occasione del suo primo dialogo con il leader sovietico avviene in occasione di una cena presso la dacia di Stalin fuori Mosca.
Le cene sono l’occasione in realtà per lavorare e si prolungano fino a tardissima notte. Il cibo è portato in vassoi caldi lasciati sopra un tavolo, in stile buffet, in cui ognuno si serve da solo.
Gilas racconta che la quantità di cibo è notevole, soprattutto carne, accompagnata da parecchi liquori, ma in generale nulla è sfarzoso o ostentato. Non si vedono neppure camerieri in giro. L’unico appare quando Stalin suona per far portare della birra all’ospite, per poi sparire subito.
La parte più interessante sono ovviamente i dialoghi di Stalin che vanno presi, come tutte le fonti, con le dovute precauzioni legate al testimone, un funzionario sì di un partito comunista ma che all’epoca in cui scriverà le sue memorie è in piena rottura politica con l’URSS, al momento, siamo in piena guerra mondiale già dopo però la grande vittoria di Stalingrado e l’inizio del contrattacco sovietico, e al contesto, un incontro con un rappresentante di un movimento partigiano di un paese ancora sotto occupazione tedesca e il cui destino non è ancora delineato: la Jugoslavia.
Si inizia, come dire, col botto, con Stalin che esprime i suoi giudizi sugli alleati:
«Forse pensate che solo perché siamo alleati degli inglesi abbiamo dimenticato chi sono loro e chi è Churchill. Non trovano niente di più dolce che ingannare i loro alleati. Durante la prima guerra mondiale ingannarono costantemente russi e francesi. E Churchill? Churchill è uno di quelli che, se non stai attento, ti ruba un copeco di tasca. Sì, un copeco dalla tua tasca! Per Dio, un copeco dalla tua tasca! E Roosevelt? Roosevelt non è così. Intinge la mano solo per prendere monete più grandi. Ma Churchill? Churchill, anche per un copeco.»
Stalin passa poi ai rapporti con il governo monarchico jugoslavo in esilio il cui nuovo primo ministro è Ivan Šubašic che ha promesso il riconoscimento ufficiale dei partigiani di Tito: «Non rifiutatevi di intrattenere conversazioni con Šubašić, per nessun motivo dovete farlo. Non attaccattelo immediatamente. Vediamo cosa vuole. Parlate con lui. Non potete essere riconosciuti subito. È necessario trovare una transizione verso questo. Dovreste parlare con Šubašić e vedere se riuscite a raggiungere un compromesso in qualche modo.»
Come annota Gilas se Molotov è freddo e calcolatore, il vero alter-ego di Stalin, quest’ultimo, pur essendo più passionale e sanguigno, non è meno pratico e scevro di furori ideologici nelle sue decisioni “tattiche”.
Assieme si completano alla perfezione e infatti Molotov è presente a quasi ogni riunione.
«Vedete tutto questo rosso?» dice indicando una mappa dove l’URSS colorata di rosso campeggia in mezzo fra Europa e Asia «Gli inglesi e gli americani non accetteranno mai l'idea che uno spazio così grande possa essere rosso, mai, mai!»
Gilas nota che Stalingrado è stata evidenziata in blu, probabilmente da Stalin stesso durante la battaglia, e esclama: «Senza l’industrializzazione l’Unione Sovietica non avrebbe potuto resistere e poi prendere l’iniziativa in una guerra del genere.» al che Stalin gli risponde «Proprio su questo abbiamo litigato con Trotskij e Bucharin!»
Il discorso si sposta su Jugoslavia e l’Albania.
Gilas afferma «gli zar russi non capirono le aspirazioni degli jugoslavi: loro erano interessati all’espansione imperialistica e noi alla liberazione.»
«Sì, gli zar russi erano privi di orizzonti. Ma l’Albania, cosa sta realmente succedendo laggiù? Che tipo di persone sono?»
«In Albania sta accadendo più o meno la stessa cosa che in Jugoslavia. Gli albanesi sono il popolo balcanico più antico, più antico degli slavi e persino degli antichi greci.»
«Ma come hanno fatto i loro paesi ad avere nomi slavi? Non hanno qualche legame con gli slavi?»
«Gli slavi abitavano le valli in tempi antichi - da qui i nomi dei luoghi slavi - e poi in epoca turca gli albanesi li scacciarono.»
Stalin strizza l'occhio maliziosamente «Speravo che gli albanesi fossero almeno un po’ slavi.»
Sulla ferocia della guerra in atto Stalin racconta un truculento aneddoto/freddura «Uno dei nostri uomini guidò un folto gruppo di prigioneri tedeschi e lungo la strada li uccise tutti tranne uno. Quando arrivò a destinazione gli chiesero: "E dove sono tutti gli altri?" "Stavo solo eseguendo gli ordini del comandante in capo: uccidete tutti fino all'ultimo uomo, e questo è l'ultimo uomo.»
«I tedeschi sono un popolo strano, come delle pecore. Ricordo dalla mia infanzia: ovunque andasse l'ariete, tutto il gregge lo seguiva.
Ricordo anche quando ero in Germania prima della Rivoluzione: un gruppo di socialdemocratici tedeschi arrivò in ritardo al Congresso perché dovevano aspettare la conferma dei biglietti, o qualcosa del genere. Quando mai i russi lo farebbero? Qualcuno ha detto bene: “In Germania non si può fare la rivoluzione perché bisognerebbe calpestare le aiuole”.»
Ma anche Gilas ha aneddoti/freddure da raccontare e che Stalin apprezza «Un turco e un montenegrino parlano in un raro momento di tregua. Il turco si chiede perché i montenegrini facciano costantemente la guerra. “Per saccheggiare”, risponde il montenegrino. “Siamo poveri e speriamo di ottenere un po’ di bottino. E tu per cosa combatti?’ ‘Per l’onore e la gloria’, risponde il turco. Al che il montenegrino replica: “Ognuno lotta per ciò che non ha”.»
Stalin spiega poi perché ha deciso di sciogliere il Comintern, cioè la Terza Internazionale dei partiti comunisti «La situazione con il Comintern stava diventando sempre più anomala.
Qui Vjacheslav Mikhailovich ed io ci scervellavamo, mentre il Comintern tirava nella sua direzione, e la discordia si aggravava.
È facile lavorare con Dimitrov, ma con gli altri era più difficile.
Soprattutto, c’era qualcosa di anormale, qualcosa di innaturale nell’esistenza stessa di un forum comunista generale in un momento in cui i partiti comunisti dovrebbero cercare una loro lingua nazionale e combattere nelle condizioni prevalenti nei propri paesi.»
Nel mentre della cena arrivano due dispacci. Uno è indirizzato al Dipartimento di Stato USA e alla sorpresa di Gilas Stalin risponde «Loro rubano i nostri dispacci, noi rubiamo i loro.»
Il dispaccio USA riguarda proprio la Jugoslavia e riferisce delle dichiarazioni del primo ministro del governo monarchico in esilio Šubašić “Noi jugoslavi non possiamo essere contro l’Unione Sovietica né perseguire una politica antirussa, perché tra noi le tradizioni slave e filorusse sono molto forti.”
Ma Stalin non è contento «Questo Šubašić spaventa gli americani. Ma perché li spaventa? Sì, li sta spaventando! Ma perché, perché?»

Il secondo dispaccio è di Churchill che annuncia che uno sbarco in Francia avverrà il giorno dopo «Sì, ci sarà uno sbarco, se non c'è nebbia.
Finora c'era sempre qualcosa che interferiva.
Ho il sospetto che domani sarà qualcos'altro.
Magari incontreranno dei tedeschi! E se incontrassero dei tedeschi?
Forse allora non ci sarà uno sbarco, ma solo promesse come al solito.»
Al che Molotov interviene «No, questa volta sembra sia vero.»
In realtà lo sbarco in Francia nel 1943 non ci fu, aveva ragione Stalin o Gilas confonde date e/o luoghi, magari con lo sbarco in Marocco dell’operazione Torch, involontariamente o forse per amore di racconto.
Ecco vedete che le fonti non van MAI prese letteralmente ma sempre verificate e confrontate con gli altri documenti.
Ciò non di meno le memorie di Milovan Gilas sono una lettura interessante per cercare di capire la postura e i ragionamenti di un personaggio storico fondamentale del XX secolo come Stalin, e le potete leggere in questo libro, recentemente ripubblicato da PGreco:
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